Galeotta è stata la presentazione, ieri sera a Milano, del libro di Carlo Vitagliano, uno che davvero ha fatto la storia della tv. Raccontando in “Noi, i ragazzi del biscione” (ed. Melampo) come nacque il più grande impero televisivo della storia italiana, Vitagliano dedica un capitolo al pionieristico acquisto da parte di Canale 5 dei diritti per trasmettere in chiaro il Mundialito 80, spiazzando la Rai che fino a quel momento aveva posseduto la naturale esclusiva (non essendoci concorrenti) negli eventi della nazionale di calcio.

Lo spunto di Vitagliano solletica il mio spirito narrativo per questo insolito (e unico) avvenimento che ha più convergenze di natura politica di quanto si possa immaginare. Nel 1978 la vittoria dell’Argentina ai mondiali disputati in casa regalò alla dittatura dei militari ossigeno e linfa vitale nonostante le inaudite torture e i troppi “Garage Olimpo” (film che mi sento di consigliare a tutti). Il minuscolo e confinante Uruguay, è proprio il caso di dirlo, prese la palla al balzo.

In quegli anni anche a Montevideo si era instaurata una dittatura militare (come appunto in Argentina, Cile, Panama, Brasile, Paraguay e Bolivia), benedetta da Kissinger e pianificata nella famigerata “Operazione Condor” che finanziava i militari per rovesciare in Sudamerica ogni forma di governo comunista. Aparicio Méndez, padre padrone dell’Uruguay fin da 1976, esattamente come Videla due anni prima a Buenos Aires, aveva bisogno di consensi, tanti. Da qui l’idea, con l’imprimatur di Havelange della Fifa (amico di Kissinger), di allestire un torneo tra le nazionali che avessero vinto almeno una volta il titolo iridato, la “Copa de Oro de Campeones Mundiales”.

All’epoca erano sei (Argentina, Brasile, Germania, Inghilterra, Italia e Uruguay, in rigoroso ordine alfabetico), ma gli inglesi, maestri e un po’ spocchioso, risposero con un “no thanks” che non lasciava spazio a repliche. Non restava che invitare un’eterna seconda, poco piacevole “primato” che apparteneva (a pari merito) a Olanda, Cecoslovacchia e Ungheria, per due volte alle spalle dell’iridite. La scelta cadde sugli orange. Il torneo, che si disputò dal 30 dicembre del 1980 al 10 gennaio del 1981, trovò la sua regina nell’Uruguay (2 a 1 al Brasile), anche con qualche colpo gobbo arbitrale, ma il ritorno d’immagine tanto atteso da Méndez non arrivò mai. “Era un torneo, anche un po’ improvvisato – mi raccontò sette anni fa a Madrid Ernesto Vargas, centrocampista del Penarol, e all’epoca osservatore per conto dell’Oviedo – nulla a che vedere con la Coppa del Mondo. Noi ci eravamo preparati a dovere, gli altri arrivarono a Montevideo con squadre allestite all’ultimo minuto”.

Per la cronaca, anzi, per la storia, esattamente un anno dopo l’avvenimento sportivo Méndez fu costretto dalla pressione popolare a fare le valigie, rimpiazzato dal generale Gregorio Armelino, a sua volta spazzato via da un irrefrenabile bisogno di democrazia che portò all’elezione di Julio María Sanguinetti.
E Canale 5? Alla fine, come racconta Vitagliano, trovò un accordo con la Rai: le partite della nazionale italiana furono trasmesse in diretta su Canale 5 solo per la Lombardia, e in differita in tutt’Italia dalla tv di stato. Non erano ancora gli anni del braccio di ferro tra Rai, Mediaset e Sky, ma il futuro presidente del Milan, da buon precursore, aveva già previsto tutto.

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