brown2Oggi, 10 novembre, compie gli anni, sessanta tondi tondi, uno dei più affascinanti anti-eroi del calcio mondiale. Pochi, a mio avviso, possono raggiungere vette di autentico lirismo nel raccontare la loro parabola sportiva come José Luis Brown, il quasi sconosciuto gendarme della difesa argentina che nel 1986 sollevò al cielo la Coppa del Mondo. “El tata“, letteralmente “il saggio“, soprannome affibbiatogli con ironia per il suo carattere spigoloso, neppure avrebbe dovuto prendere parte alla kermesse iridata messicana, chiuso dal formidabile e ingombrante Daniel Passarella. Senza dimenticare che la convocazione di Brown fu un capriccio del ct Bilardo, convinto che il centrale originario di Ranchos, che aveva diretto parecchi anni prima nell’Estudiantes, fosse un calciatore capace di buttare il cuore oltre l’ostacolo se motivato in maniera opportuna. Di fatto “el narigon” prese in prestito le alchimie sperimentate otto anni prima dal “Flaco” Menotti con Jorge Olguin, una discreta sentinella che si trasformò in solido corazziere nella scalata al gradino più alto di un podio preteso a tutti i costi dai generali golpisti.

Comunque sia, Brown non avrebbe dovuto giocare neppure un minuto in Messico se non fossero sopraggiunti problemi fisici, e di spogliatoio, per Passarella, che con la scusa degli attacchi di dissenteria acuta (che a dire il vero non risparmiarono nessuno tra i 22 convocati da Bilardo) decise quasi spontaneamente di farsi da parte. Brown scoprì solo il giorno prima della sfida d’esordio a Città del Messico contro la Corea del Sud, come lui stesso racconta, che avrebbe giocato titolare a fianco di Oscar Ruggeri, costruendo per sette partite l’inalterabile cerniera della difesa della Seleccion. Bilardo gli disse: “Ahh, Brown, mirá que jugás vos, ¿eh?”… Era la oportunidad que había soñado toda mi vida“.

In pochi forse sanno che “El Tata” prima di diventare cardine della difesa, con la benedizione dei senatori Maradona e Valdano, in campionato aveva raccolto appena 5 gettoni di presenza nel Deportivo Español. La “dupla” Oscar López-Oscar Cavallero non lo vedeva bene, relegandolo spesso in panchina. Nella sua parabola sportiva Brown ebbe tra l’altro un debutto di fuoco, in amichevole contro lo Stal Mielec, ai tempi dell’Estudiantes di Bilardo. Gli toccò in sorte uno dei crack dell’epoca, Gregorz Lato, “Lo marqué bárbaro, pero perdimos (1-0) y el gol lo metió Lato“.

Il resto è storia che tutti conoscono, con la conquista del titolo mondiale, suggellato addirittura dal gol che aprì le danze all’Azteca contro la Germania Ovest: il corner di Burruchaga, Harald Schumacher che esce a vuoto, e il suo perentorio colpo di testa. Dopo quella Coppa del Mondo Brown riuscì a trovare un paio di ingaggi discreti in Europa a Brest e nel Murcia. Tornando però a essere un atleta senza superpoteri. Tant’è che in vista di Italia 90, mentre 34enne giocava nel Racing di Avallaneda, Bilardo decise di scartarlo per dar fiducia ad altri soldatini obbedienti (ma con approssimative doti tecniche), i due Nestor, Fabbri e Lorenzo. Oggi Brown è un allenatore ostaggio della verginità da bacheca. Non ha vinto nulla, ma se dovessero mai un giorno affidargli la Seleccion, chissà, se non altro per alimentare il lirismo della sua storia, potrebbe anche vincere, di nuovo, e a sorpresa, quel trofeo che l’Argentina sogna proprio dai tempi in cui lui indossava la maglia numero 5.

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