Jorge Luis Borges, il più importante scrittore e poeta argentino, una volta scrisse che “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio”. E come si può non essere d’accordo, ripensando al momento in cui tutti noi, all’età di quattro, cinque o sei anni, per la prima volta abbiamo provato a calciare una lattina per strada, un pallone di spugna alla scuola materna o un peluche a casa, facendo impazzire le nostre mamme tra i quadri rotti e il disordine: ecco, tutti noi, in quel momento, ci siamo innamorati del calcio, un amore profondo e sincero che ci porteremo dietro per sempre. Il calcio però è fatto anche di delusioni, di amarezze e disillusioni, ad esempio il momento in cui abbiamo scoperto che non avremmo mai giocato per la nostra squadra del cuore, ma c’è chi, in questo mondo tanto magico quanto spietato, è arrivato fino ad assaggiare i campi perfettamente curati della Premier League prima di rendersi conto che la vita da calciatore, in fondo, non faceva per lui.

David Bentley nasce a Peterborough, Cambridgshire, nel 1984, e inizia a calciare i primi palloni come attaccante tra i dilettanti del Wormley, ma già a 13 anni viene notato dall’Arsenal che lo inserisce nella propria Academy, e a 16 anni si allena con la prima squadra, e nel 2001 firma il suo primo contratto professionistico con i Gunners. Farà parte della rosa degli Invincibles che, guidati da Henry, Vieira, Bergkamp e Pires su tutti, vinceranno la Premier League da imbattuti, trovando però solo spazio nelle coppe; nel 2005 si trasferisce al Norwich, ma è nel 2006, quando viene acquistato dal Blackburn Rovers, che avviene la consacrazione per Bentley. Nel giorno del suo esordio per i Rovers, segna una fantastica tripletta con cui aiuta la sua squadra a battere per 4-3 il Manchester United; a fine stagione, il Blackburn otterrà uno storico sesto posto valido per qualificarsi alla Coppa UEFA, e tutti si accorgono del destro fatato di Bentley, e da lì l’appellativo di “nuovo Beckham” affibbiatogli dall’allora CT della nazionale Steve McLaren, una pressione che sarà poi la causa del disinnamoramento di David per il beautiful game.

“Ricordo che già a Blackburn passeggiavo la sera con il mio cane pensando: tutto questo non fa per me. Non mi sono mai sentito un calciatore”, dichiarerà in una splendida intervista al Mirror nel 2014 (di cui fanno parte anche gli stralci successivi) dopo il ritiro dal calcio giocato. Nel 2008, con già nove presenze in Nazionale, infatti Bentley passa al Tottenham per una cifra record vicina ai 15 milion di sterline, ma il rapporto con con l’allora manager degli Spurs Harry Redknapp non sbocciò mai, e così dopo un buon avvio di stagione (in cui segnò anche un gol pazzesco in un North London derby contro l’Arsenal terminato 4-4 all’Emirates) finì pian pianino nel dimenticatoio, e dopo alcuni prestiti poco fortunati al Birmingham, West Ham, di nuovo al Blackburn e addirittura al Rostov, in Russia, decise di ritirarsi nell’estate nel 2014, ad appena 29 anni.

“Ricordo quanto fossi deluso da me stesso. Mi dicevo: dovresti amare la tua vita, che cavolo c’è di sbagliato in te? Alla fine mi stufai di tutte queste c*****e, la gente semplicemente vuole vederti per come non sei. Amavo l’atmosfera il giorno della partita, ma rimpiango i tempi delle giovanili coi dilettanti, quando a vincere non eri tu, ma la squadra, con le mamme e i papà fuori a guardarci: ecco, in quei momenti il calcio è davvero qualcosa di magico”.

Bentley però non è uno di quei calciatori frignoni che dopo il ritiro passa il tempo a criticare tutto quello che ha a che fare con il football: pochi mesi dopo il ritiro, si è trasferito a Marbella, in Spagna, e ha aperto “La Sala”, un ristorante di lusso sulla spiaggia dove lui stesso lavora e di cui è co-propietario. Recentemente, il Middlesbrough è stato ospite del ristorante (Karanka, manager del Boro, è grande amico di Bentley), ma anche tanti ex colleghi, come Terry, Ashley Cole, e le squadre del Birmingham e del Basilea hanno cenato ospiti del locale.

Non solo bordate però: Bentley ha spesso sottolineato l’importanza di Arsene Wenger, che mai l’avrebbe voluto lasciar partire dall’Arsenal, ma il poco spazio trovato sino ad allora ad Highbury lo costrinse a partire alla volta di Ewood Park.

“Un motivo che mi ha spinto a questa esperienza imprenditoriale in Spagna è la volontà che i miei figli siano bilingue: la multiculturalità è ormai fondamentale”

Se è vero che da bambino il calcio inizia ogni volta che prendi a calci qualcosa per strada, ma è altresì vero che rendersi conto quando il calcio cessa di essere una passione e diviene solo una maschera di quello che sei realmente, lì smetti di essere bambino, e diventi uomo. Good luck David!

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