Nel gol di Ederzito Lopes alla Francia non c’è una diavoleria da sensale di Cristiano Ronaldo, e neppure un colpo gobbo e sfortunato di Lloris, c’è Ederzino Lopes appunto, il gigante d’ebano di “mãe África”.

Avete visto quanto continente nero si è affacciato in questo Europeo? Ben 41 atleti. Tantissimi persino nella finale al Saint Denis a rappresentare otto nazioni (Senegal, Guinea Conakry, Mali, Camerun, Congo, Capo Verde, Guinea Bissau, Angola). Un cocktail di globalizzazione nella religione da design non guasta, soprattutto se a perpetrare la speranza laica non è stato un CR7 e neppure un petit diable o un polpo. Bisogna però necessariamente riavvolgere il nastro e tornare alle origini dell’eroe, seppur estemporaneo, di una notte parigina da canone inverso. Facile il didascalico racconto cadenzato e ritmato da stagioni, presenze e reti. Decisamente più emozionante partire da Bissau, dalla Guinea che tutti confondono con la Guinea Conakry (francofona) e con l’altra Equatoriale (ispanica).

Ederzito è nato a Bissau, una delle capitali mondiali del narcotraffico. Roba da far impallidire Colombia, Messico e Afghanistan. E mentre da quelle parti alcune zone sono in mano ai signori della droga, a Bissau i narcos guidano la città di 200mila abitanti e una nazione che di anime ne ha un milione e mezzo. Bissau, dista circa 3mila chilometri dal Brasile orientale e altrettanti dalla Spagna. Traiettorie facilmente percorribili da aerei, anche di medie dimensioni, infarciti di stupefacenti. Una manna per i traffici illeciti. A Bissau la povera gente vive nel mito di Osvaldo Vieira, l’eroe della liberazione dalla madrepatria portoghese nel 1974. Da oggi si aggiunge Ederzito Lopes, che abbandonò il Paese della polverina bianca quando aveva 3 anni. La famiglia sognava un futuro migliore, ma, soprattutto, un lavoro a distanza di sicurezza dal mondo della droga che avrebbe altrimenti bruciato anche il futuro boia della Francia. Ederzito arriva a Lisbona, ma i genitori, costretti in una condizione di miseria sempre più nera, lo abbandonano cinque anni dopo al Lar Girassol, un orfanotrofio di Coimbra. “Fu difficile da accettare – racconta – ma col tempo ho capito che quell’istituto sarebbe stato l’unico appiglio per scampare al naufragio dell’esistenza”.

Il centravanti che non ti aspetti, di quelli che tanto sarebbero piaciuto a Manuel Vazquez Montalban per assassinarli letterariamente all’imbrunire, viene da un disagio claustrofobico, talmente opprimente che la finale di un Europeo non provoca neppure un impercettibile tremore alle gambe. Mi fermo qui. Il resto lo conoscete tutti, ed è storia. Quella dei ragazzi di Fernando Santos che fecero l’impresa.



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