Anche se l’Uruguay, anfitrione della prima, pionieristica edizione dei Campionati del Mondo fortemente voluti dal visionario presidente della FIFA Jules Rimet, pur di salvaguardare lo spettacolo e la credibilità del torneo stesso, si disse disponibile a farsi carico di tutti gli esosi oneri economici legati alla lunga ed estenuante trasvolata atlantica, offrendosi galantemente di riconoscere un indennizzo ai club per favorire il rilascio dei calciatori, la maggior parte delle selezioni europee invitate rimase a casa, disertando bellamente il Mondiale. Tante le ragioni di un boicottaggio comunque in qualche modo preventivato: tra le scuse più gettonate dalla formazioni del Vecchio Continente, spiccava il drammatico crollo delle borse americane che, sconvolgendo tutto il mondo economico e finanziario, un anno prima aveva dato inizio a quel periodo di stenti e sacrifici passato alla storia come “Grande Depressione”.

Preso atto delle defezioni, la Asociación Uruguaya de Fútbol, dopo un rapido consulto con il massimo organismo calcistico mondiale, corse ai ripari, prodigandosi nel trovare soluzioni alternative in grado di supplire, più o meno degnamente, all’assenza delle Nazionali europee. Mentre grazie ad un’alacre e solerte opera di persuasione Jules Rimet e il subalterno Rudolf Seedrayers convinsero Francia, Belgio, Romania e Yugoslavia, inizialmente riluttanti, ad imbarcarsi sul Conte Verde e viaggiare in Uruguay, rigettando contiguamente la candidatura avanzata dall’Egitto, la AUF non si cullò sugli allori, stilando una lista di nazionali rintracciate tra il Sudamerica ed il Centroamerica e incaricandole della missione, quasi divina, di dar lustro alla rassegna planetaria.

Era il Capodanno del 1930, quando, sui tavoli degli uffici della Federación Deportiva Nacional del Ecuador arrivò una busta proveniente dall’Uruguay. Rimossa con perizia la ceralacca, si potè già intuire il contenuto: era, senza ombra di dubbio, l’invito ufficiale a partecipare al Mondiale.

Un prestigioso passepartout che potrebbe stravolgere la storia calcistica dell’Ecuador ma che, come vedremo, sarà fonte di rimpianto e pentimento perenne almeno sino al 2002.

Le spese per il viaggio, quantificate nella cifra di sessantamila sucres, sicuramente ragguardevole per l’epoca, sono a carico del Ministerio de Previsión Social y Deportes. Ma il governo presieduto da Isidro Aroya, vagliata la situazione, non ha intenzione di accollarsi l’esborso economico, impedendo di fatto alla Tri di calcare il palcoscenico iridato in Uruguay: lodevole, ma poco efficace, il tentativo del Municipio di Guayaquil di sovvenzionare la trasferta con il versamento, a titolo privato, di cinquemila sucres. Una cifra rilevante, ma comunque troppo lontana da quella necessaria.

La Tri dovrà attendere trent’anni prima di poter debuttare, con una sconfitta (3-6 con l’Argentina), nelle eliminatorie mondiali. Ma, tuttavia, fu nel round di qualificazione immediatamente successivo, quello dove la meta ambita era il mondiale inglese del ’66, che il conjunto tricolor, finalmente maturo per certi palcoscenici, diede il meglio di sè stesso, facendo tremare di paura alcuni tra i più blasonati colossi del Subcontinente e giungendo ad un soffio da quel Mondiale, snobbato nel 1930, e da lì in poi sempre tanto bramato.

Inserita nel gruppo 2, comprendente anche Colombia e Cile, la Tri partì col botto, espugnando il Romelio Martinez di Barranquilla grazie ad una rete del “Chanfle” Washington Muñoz, il più grande goleador della storia del Barcelona di Guayaquil: il suo tiro, letale e poderoso, era lo spauracchio di alcuni dei più grandi portieri sudamericani dell’epoca. Ad onor di cronaca, però, va anche specificato che la prima, storica vittoria esterna dell’Ecuador nelle eliminatorie iridate venne parecchio facilitata dalle particolari condizioni in cui versava l’avversario. A quel tempo, infatti, in Colombia mancava un ente calcistico sovrano: la gestione della intricata materia pallonara se la spartivano Asociación del Fútbol, con sede a Barranquilla, e la Federación de Fútbol. Nessuna chiarezza su rapporti di forza e gerarchie A regnare, insomma, era il caos. Nel marasma generale, conseguentemente, quella che il 20 Luglio si presentò di fronte all’Ecuador non era la Colombia, perlomeno non quella autentica, ma un combinado atlantico, posto sotto l’egida della Asociación, assemblato alla buona e inevitabilmente imbottito di dilettanti.

Cinque giorni più tardi, questa volta a Guayaquil, la Tri si ripetè. Superò ancora una volta i Cafeteros, questa volta con doppietta del “Maestrito” Enrique Raymondi – bissando il successo di Barranquilla e avanzando prepotentemente la propria candidatura al liderato del gruppo 1: decisive sono le due gare con un Cile che, dopo aver mostrato i muscoli, strapazzando 7-2 la Colombia tra le mura amiche, si fa clamorosamente sorprendere (2-0) dai Cafeteros a Barranquilla.

Il Mondiale era a portata di mano: con una vittoria, infatti, l’Ecuador strapperebbe il biglietto per l’Inghilterra a spese del Cile. Il 15 Agosto l’Estadio Modelo era un catino ribollente. Che esplose quando, al quindicesimo, Alfonso Quijano, colonna portante della granitica “Cortina de Acero” – così come era stata “apodada” la retroguardia del Barcelona di Guayaquil dei primi anni ’60, quello che il brasiliano Arnaldo da Silva faceva coraggiosamente giocare con un 4-2-4 vagamente verdeoro – s’involò sulla destra e scodellò al centro per Alberto Spencer. Il capocannoniere di tutti i tempi della Copa Libertadores, già in forza al Penarol, era la stella indiscussa della Tri. Nell’immaginario del popolo ecuatoriano era l’uomo chiamato a sostituire un altro grande fromboliere: l’iconico, ma ormai crepuscolare Carlos Alberto Raffo, un argentino che pensava all’Ecuador come ad una seconda patria. Spencer era una montagna d’ebano, esuberante ed inaffondabile: impattò di testa dal limite dell’area, ma fu come se concludesse con i piedi. Nonostante la distanza proibitiva per un colpo di testa, la palla gonfiò il sacco difeso dall’impotente Manuel Astorga. Mai negli ultimi trentacinque anni l’Ecuador era stato così vicino al Mondiale.

Più tardi Pablo Ansaldo, uno dei più grandi portieri della storia ecuatoriana, sprezzante del pericolo, con una spregiudicata e spericolata uscita bassa anticipò l’implacabile Carlos Campos, accartocciandosi e riuscendo a disinnescare un’azione parecchio pericolosa.
D’inerzia, però, il leggendario attaccante della U. de Chile non fece in tempo a frenarsi e gli franò addosso. Lo scontro, inevitabile, fu terrificante, e le conseguenze drammatiche: senza possibilità di attutire in qualche modo il colpo, il ginocchio di Campos finì sul torace di Ansaldo, provocandogli la frattura di tre costole e la perforazione di un polmone. Furono istanti concitati. Sul Modelo di Guayaquil scese un velo di rispettoso e preoccupato silenzio, mentre la partita venne temporaneamente sospesa per permettere al guardameta del Barcelona di ricevere le cure del caso. Il medico della Tri Edmundo Castillo, accompagnato dal fisioterapista Castillo, accorsi immediatamente sul luogo del misfatto, si resero subito conto della gravità della situazione, constatando l’impossibilità dell’eroico portiere a proseguire l’incontro. Gli imposero di sventolare bandiera bianca, ma Ansaldo, stoicamente, e forse sconsideratamente, anche a rischio della propria vita, strinse i denti e restò in campo: lo staff medico, di parere contrario, venne liquidato con un orgoglioso “de aqui me sacan muerto”. Tipico del personaggio.

In un’epoca in cui le sostituzioni non erano ancora contemplate dal regolamento, l’Ecuador avrebbe finito la gara in inferiorità numerica: in porta ci sarebbe finito, coattivamente, un giocatore di movimento, sicuramente poco avvezzo al ruolo. Il sacrificio del portiere, tuttavia, si rivelò addirittura controproducente: v: Campos e Prieto approfittarono di un Ansaldo a mezzo servizio per stravolgere completamente la situazione, prima che Raymondi, nel finale, raddrizzò le cose, regalando un pareggio meritato ai gialli di Fausto Montalván. Ma la partita, incandescente, non si esaurì col triplice fischio finale. La Tricolor si sentiva defraudata. Due gli episodi che fecero parecchio discutere: il mancato cartellino rosso all’indirizzo di Campos, “carnefice” di Ansaldo, e quello a Ruben Marcos, a cui venne consentito di maltrattare impunemente Jorge Bolanos. Le polemiche stentarono a placarsi. Il clima era teso. Alcuni scalmanati fecero irruzione nell’albergo, l’Hotel Humboldt di Malecon, dove alloggiava il fischietto brasiliano Eunapio de Queiroz, e lo aggredirono proditoriamente: il giorno successivo il direttore di gara riuscì finalmente a lasciare il paese, ma solamente perchè scortato da un nutrito cordone disicurezza garantito dalla polizia locale.

Nel frattempo Ansaldo venne sottoposto ad un delicato ed urgente intervento chirurgico: “il Gatto” , che aveva il vezzo di parare a mani nude, scamperà alla morte, si riprenderà dopo una lunga convalescenza, ma sarà costretto a dire addio al calcio giocato. Convocato d’urgenza, fu il veterano Alfredo Bonnard a raccogliere il testimone e a difendere i pali della Tri nell’ultima, importantissima sfida del girone. Il 22 Agosto, però, non ci fu storia. A Santiago, trascinato dalla spinta del catino amico, il Cile liquidò l’Ecuador con un portentoso 3-1: aprì Sanchez dagli ultimi metri, Spencer illuse, poi Marcos e Alberto “Chirula” Fouilloux, leggenda della Universidad Catolica, chiuse un conto piuttosto salato per la Tricolor.

Gli ecuatoriani, che reclamano per un presunto gol regolare annullato a Larrea, sono raggiunti e appaiati in vetta alla classifica dalla Roja: sarà il desempate di Lima ad assegnare l’unico biglietto disponibile per Londra.

In Perù le cose prenderanno il verso sbagliato per l’Ecuador. Ancora Sanchez e Marcos, a cui risponderà solo parzialmente nel finale Romulo Gomez – quando sarà però ormai troppo tardi – porranno fine ai sogni della Tri, catapultando la selezione araucana dritta in Inghilterra e lasciando a bocca asciutta la ciurma di Montalván. I rimpianti continueranno a tormentare l’Ecuador fino al 2002, quando il “Bolillo” Hernán Darío Gómez compirà il miracolo tanto atteso, qualificando la Sele al mondiale nippo-coreano e infrangendo così un tabù secolare.

Dal blog Calciofuorimoda



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