In portoghese “chimba” è un termine che cerca un difficile compromesso su un duplice e imbarazzante significato. Può voler dire “geniale”, inteso come slang di “fico”, ma è anche l’appellativo, diretto e per nulla oxfordiano, dell’apparato genitale femminile. Per Luciano Pereira Mendes, 32enne attaccante brasiliano, “l’apelido” Chimba è un retaggio delle sue doti da fromboliere in area di rigore. Doti però così nascoste alle grandi platee che per vederle affiorare ha dovuto demordere dalla vita precaria ai confini dell’impero del calcio brasiliano (Sao Joao e Linense) e trasferirsi in Iran. Dove per intenderci forse sono all’oscuro del significato boccaccesco del suo soprannome. Dire a questo punto che il presidente iraniano Hassan Rouhani si sia innamorato di Chimba (al maschile) è pertinente, non è affatto blasfemo e soprattutto non intacca la morale imposta dal Corano.

Calcisticamente parlando il padre-padrone dell’Iran vorrebbe assegnare un passaporto a questo centravanti brasiliano originario di Salvador de Bahia, per offrire la possibilità al ct portoghese Queiroz di poterlo schierare nelle gare decisive di qualificazione ai mondiali del 2018.

L’Iran sta attraversando uno dei momenti più delicati della sua storia. E’ alleata del presidente siriano Al Assad (che potrebbe trovare proprio a Teheran un vitale salvacondotto) e continua ad avere rapporti diplomatici piuttosto complicati con l’occidente, degenerati dopo le repressioni nel 2011 dell’Onda Verde (il movimento d’opposizione che fa capo all’intellettuale Hossein Moussavi). Un’affermazione sportiva servirebbe a stemperare i contrasti. L’establishment di Teheran è concorde nel ritenere la sfera di cuoio un veicolo pubblicitario di inestimabile valore. Pilotare la squadra di calcio fino alla Coppa del Mondo in Russia è diventato un imperativo categorico. A costo di ricorrere a qualche mezzuccio che non ha parentele con il fair play.

Ed è qui che entra in scena Chimba, che interpellato dalla stampa locale si è espresso con un certo entusiasmo. “Sarebbe davvero qualcosa di simile a un romanzo giocare per l’Iran. Non mi sentirei affatto un traditore”. Insomma non avrebbe alcun problema a ripudiare “Ó Pátria amada!” per cantare, studiando un po’ di idioma farsi, il più inquietante “sangue dei nostri martiri”. Purtroppo però se la burocrazia non sembra originare ostacoli, è la spiritualità che rischia di mandare in fumo le pratiche di naturalizzazione. Rouhani è stato chiaro, “ogni cittadino della repubblica islamica dell’Iran deve professore la religione musulmana e comportarsi da perfetto devoto”. Una nota stonata per Chimba, che non solo è cattolico praticante, ma che in passato ha anche aderito agli Atletas de Cristo, congregazione tra lo sportivo e il religioso fondata negli anni ottanta dal connazionale Baltazar e che trova tutt’oggi l’adesione di campioni verdeoro del calibro di Kakà o Felipe Melo.

Chimba sta prendendo tempo, cerca un compromesso, ma nel frattempo continua a mettersi in evidenza con la maglia del Foolad, club di Ahwaz (a pochi passi dallo stretto dello Shatt Al Arab), appassionando gli oltre 50mila spettatori che accorrono al Ghadir Stadium per vederlo all’opera. Di fatto il Foolad è una piccola succursale brasiliana. Oltre a Chimba ci giocano anche il portiere Fernando e il centrocampista Magno Batista, tutti calciatori che in Brasile hanno vissuto esperienze modeste in una sorta di favelas del futebol bailado. Per questa minuscola e colorata comunità sudamericana l’Iran è un piccolo sogno americano. Senza voler creare incidenti diplomatici, con ingaggi da 250mila dollari a stagione si può davvero vivere in maniera piuttosto agiata anche in un paese che sembra possa esplodere da un momento all’altro, ma che poi, alla fine (e per fortuna), non esplode mai.

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