È storia. È ciò che si è seminato nel passato e che si sta raccogliendo nel presente. Sono i fatti che non si possono rinnegare, di cui la realtà attuale è solo un naturale sviluppo. È anche una questione di chimica, però. In tempi in cui il RB Leipzig svetta nelle cime più alte della Bundesliga tedesca infrangendo ogni record, qualcuno si sorprende, qualcuno no. In fondo la storia non si può cancellare: è sempre qui, basta sapere dove andare a cercarla. Andando ad esplorare le classifiche della quarta o della quinta divisione tedesca, si riapre un mondo dal passato suggestivo e il tempo si riempie del significato della continuità, dell’incessante scorrere che non si può spezzare. Al massimo, dimenticare.

Il RB Leipzig non ha ancora vinto un campionato ma Lipsia è una città che ha già conosciuto il dolce sapore del successo, almeno in un passato remoto. Come già detto, è una questione di chimica. È il 1964 e contro ogni pronostico, ma soprattutto contro ogni pianificazione, il BSG Chemie Leipzig diventa campione della Oberliga, la massima divisione dell’allora Germania dell’Est. ‘BSG’ perché i club di allora erano Betriebssportgemeinschaft, ossia squadre strettamente correlate ad una professione o ad una linea di produzione, ‘Chemie’ perché in questo caso il legame era con il settore chimico. Insomma, la Chemie Leipzig era una delle squadre dell’industria chimica dell’ex-DDR, esattamente come la Dynamo Dresden era quella della polizia e la Turbine Erfurt, ora comunemente nota come Rot-Weiß Erfurt, era la squadra dell’industria elettrica.

A memoria di quel successo inaspettato, al fianco della tribuna principale dell’Alfred Kunze Sportpark, lo stadio che prende il nome dall’allenatore di quella squadra, vi sono undici statue. Raffigurano i giocatori di quel Leipzig, colorati di verde e bianco. Anche queste statue hanno una loro storia, tutta particolare. Soprattutto, però, incarnano l’orgoglio, mai sopito, di una vittoria straordinaria, per certi versi rivoluzionaria. Il calcio a Lipsia è cosa vecchissima, risale all’origine dei tempi pallonari. A Lipsia, il 28 gennaio 1900, venne fondata la Deutscher Fußball-Bund, ovvero la DFB, e tra gli 86 club partecipanti c’era anche il VfB Leipzig, che nel 1903, battendo in finale il DFC Prag, divenne la prima squadra campione di Germania nella storia del calcio teutonico.

Tra Lipsia e il calcio vi è quindi un rapporto ancestrale; la Sassonia terra di fertile potenza generatrice. Nella mitologia greco-latina, Crono (o Saturno, che dir si voglia) con la scusa di vendicare la Madre Terra vittima dei soprusi di Urano, decise di tagliare il membro paterno e prendere finalmente il governo del Mondo. Si avvicinò dunque al padre dormiente, appagato e stanco dopo un rapporto avuto con la Madre Gaia, e con una falce ne recise il sesso. Si vantò davanti tutto l’universo, alzando col possente braccio il membro di Urano e scaraventandolo direttamente in mare, ma questo, grondante di sangue e di fertili liquidi, al contatto con la Terra e con l’acqua salata fece nascere nuove numerose creature, figlie di un dolore smisurato. Lo stesso si può dire per la Seconda Guerra Mondiale con Lipsia e in generale con l’ex-DDR. La cortina di ferro non fece altro che schiacciare le ferite causate dal conflitto e dal sangue che ne sgorgò nacquero nuove, strane creature calcistiche.

Gli Alleati, decaduto l’impero nazista, decisero di dissolvere tutte le associazioni sportive presenti sul suolo germanico al fine di sotterrare definitivamente il germe anti-democratico. Ma, mentre nella Germania Ovest le squadre ebbero la libertà di riformarsi, nella DDR i vecchi club vennero rimpiazzati dai già citati Betriebssportgemeinschaft, controllati dunque più o meno direttamente dal governo centrale. A Lipsia, il vecchio TuRa Leipzig, la squadra nata durante gli anni del nazismo e che accomunava le passioni sportive dei lavoratori della grigia area industriale di Leutzsch, venne succeduta, nel 1950, dalla Chemie Leipzig. I Die Chemiker possedevano una buona base tecnica, tanto che nel 1951 vinsero la loro prima Oberliga battendo sul campo neutro di Chemnitz la Turbine Erfurt. La Chemie, tuttavia, non era nei piani di gloria dell’amministrazione sassone, che invece vedeva nel Vorwarts Leipzig, la compagine direttamente riconducibile all’esercito, il futuro del calcio cittadino. I migliori talenti della Chemie vennero dunque letteralmente trapiantati nella nuova compagine, facendo scomparire a poco a poco i Die Chemiker.

Ma la storia del calcio della Germania dell’Est è un garbuglio arzigogolato di fusioni, fallimenti, spostamenti, ricollocamenti, resurrezioni e quant’altro, con buona pace dei tifosi che dovevano assistere, increduli, allo sballottamento insensato dei propri beniamini per fini prettamente politici. Il Vorwarts venne ben presto trasferito a Berlino e le speranze della Lipsia calcistica vennero riposte nella Lokomotive Leipzig, in un certo senso la continuazione storica del VfB Leipzig, primo campione di Germania. Nemmeno questa squadra, però, riuscì a succedere nella Oberliga e nel 1963 venne fusa con la Rotation Leipzig, dando vita al SC Leipzig, la compagine che, nei sogni dell’amministrazione, avrebbe dovuto essere il ‘super team’ di Lipsia, col chiaro intento di ottenere la gloria europea. I migliori giocatori delle due compagini andarono dunque a rimpolpare le fila della neonata corazzata, mentre gli scarti, i rifiutati, i non-voluti si riunirono sotto la bandiera del BSG Chemie Leipzig, riportato in vita al fine di riempire il posto lasciato vuoto in Oberliga.

A questo punto successe una cosa strana. La squadra del ‘resto di Lipsia’, allenata da Alfred Kunze, riavvicinò quella base dei tifosi che avevano ancora nel cuore il successo dei Chemiker nel 1951, e che consideravano i bianco-verdi come la prima squadra di Lipsia, a tutti gli effetti. La media di pubblico dell’allora Georg Schwarz Sportpark, nella stagione 1963/64, fu di circa 20 mila spettatori, contro i soli 10 mila che andavano ad assistere alle partite del neonato SC Leipzig. Alfred Kunze fece leva prima sulla voglia di rivalsa dei ‘reietti’ e poi sulle prestazioni di un immenso Bernd Bauchspiess, realizzatore di 13 dei 38 gol messi a segno dai Die Chemiker in quella magica stagione. Che alla fine vinsero, battendo per altro con un secco 3-0 i fratellastri nel derby di Lipsia e divenendo campioni di Oberliga per la seconda volta nella loro storia. Partendo non solo da underdog assoluti, ma da squadra di emarginati.

Quelle undici statue sono ancora lì. Non vennero realizzate però nel 1964, come si è portati a pensare. E a dirla tutta, non sono nemmeno le statue originali. Quelle ‘vere’ furono commissionate allo scultore Gunter Schumann a metà degli anni ’70, per celebrare i calciatori del nuovo primo club di Lipsia di quel periodo, attualmente conosciuto come FC Lokomotive Leipzig, nato dopo la riforma del 1965. Allo scultore venne chiesto di ‘vestirli’ dei colori gialloblù. Ma Schumann non era un tifoso della Lokomotive. Aveva la Chemie Leipzig nel cuore e in un romantico atto di ribellione dipinse di verde e bianco quelle statue di legno. Le attuali sculture sono in calcestruzzo e vennero realizzate dopo la caduta del Muro. Tra un morso ad un bratwurst fumante e un sorso di birra, ancora oggi si può assistere ad una partita del BSG Chemie Leipzig, che milita nella Oberliga Sud, quinta divisione del calcio tedesco. La storia dei Die Chemiker dopo l’unificazione è stata difficile e complicata, come quella di tutte le squadre appartenenti alla ex-DDR. Guardando quelle undici figure grigie, però, con un piccolo sforzo di fantasia si possono riconoscere i volti di Klaus Günther, di Dieter Sommer, di Manfred Walter, di Bernd Bauchspiess, di Heinz Herrmann, di Horst Slaby, di Wolfgang Behla, di Lothar Pacholski, di Dieter Scherbarth, di Bernd Herzog e di Wolfgang Krause. I volti dei reietti che mandarono in caos il sistema. Il modo migliore per apprezzare appieno il senso del calcio, in fondo, è quello di lasciarsi sorprendere dalla storia.



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