Una tragedia ha nuovamente colpito il mondo del calcio, questa volta quello sudamericano. Ieri, intorno alle 22 e 15 locali (le 4 italiane) un aereo con 81 persone a bordo della compagnia charter Boliviana Lamia, partito da San Paolo e diretto verso Medellin, si è schiantato a Cerro Gordo, a 57 km dalla capitale colombiana, mentre stava iniziando le operazioni di atterraggio allo scalo di Rionegro-José María Córdova. A bordo anche la squadra di calcio del Chapecoense, che avrebbe dovuto disputare la finale di Coppa Sudamericana (la nostra Europa League) in programma contro l’Atletico Nacional.

Secondo le prime notizie ufficiali diffuse dalle autorità colombiane, tra le possibili cause dell’incidente vengono citati anche problemi all’impianto elettrico così come le condizioni climatiche, peggiorate nelle ultime ore, che hanno costretto alla sospensione temporanea delle ricerche. Il sito FlightRadar24 ipotizza, però, che l’aereo, un British Aerospace 146 che ha un’autonomia di 2965 km su cui aveva volato anche l’Argentina qualche settimana fa, non avesse carburante sufficiente. Di questa tesi sono anche il responsabile dell’agenzia per l’aviazione civile colombiana, Alfredo Bocanegra e la testimonianza dell’assistente di volo sopravvissuta. Secondo la polizia colombiana sono ben 76 i morti (accertati) e solamente 5 i superstiti (il terzino Alan Ruschel, il secondo portiere Jackson Follmann, il difensore Helio Zampier Neto, un’assistente di volo e un passeggero) mentre Padilha, inizialmente sopravvissuto, è deceduto in ospedale. Ci sono poi nove giocatori della prima squadra della Chapecoense che non sono saliti sull’aereo perché non convocati per la partita: Nemen, Demerson, Boeck, Andrei, Hyoran, Martinuccio, Moises e Nivaldo, e “l’italiano” Claudio Winck, che nella stagione 2015/2016 ha giocato nel Verona, segnando un gol nella partita degli ottavi di finale di Coppa Italia contro il Pavia, mentre l’altro italiano, Machado (Salernitana), non ce l’ha fatta.

“È una tragedia di proporzioni enormi”, ha detto poi il sindaco. Michel Temer, presidente del Brasile, ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale. Plínio David de Nês Filho, presidente del club, ha detto che “c’erano amici di lunga data su quell’aereo. Quello non era solo un gruppo di persone che si rispettavano professionalmente, era una famiglia, un gruppo di amici. Si sorrideva sempre, anche nelle sconfitte, c’era una grande atmosfera. Quando li ho salutati ieri mattina ho detto loro che avrebbero avverato i nostri sogni, che condividiamo con tutte le nostre emozioni. E oggi quei sogni sono svaniti”.

Anche Raimundo Colombo, governatore di Santa Catarina, dove la Chapecoense è situata, ha espresso in un’evidente stato di shock il suo rammarico, affermando che il club non solo rappresentava la regione di Chapecò e lo stato, ma stava per fare la storia come primo club della regione a raggiungere la finale di una competizione internazionale.

La “Chape” è un club relativamente giovane, definibile come il Sassuolo brasiliano. Nato nel 1973, solo nel 2009 giocava la serie D brasiliana; poi, grazie ad un’ascesa verticale, merito di una programmazione a pennello, è arrivata la prima divisione nel 2014, dove si è sempre confermata e ha migliorato annualmente la sua posizione, attualmente la nona. E’ la formazione della città di Chapeco, un polo industriale da 200mila abitanti dello stato di Santa Catarina, nel sud del paese. Un club dove non c’erano delle star, perchè la forza era il collettivo. Una squadra costruita a basso costo, dove fra i giocatori più noti, spiccavano l’attaccante Bruno Rangel, di ritorno da un’esperienza in Qatar, il terzino Dener, il mediano Gil, oltre al centrocampista Cleber Santana, che nella stagione 2009-2010 giocò nell’Atletico Madrid. Una rosa composta da soli giocatori brasiliani a eccezione dell’argentino Hernan Martinuccio.
L’allenatore era Caio Junior, 51 anni; una lunga esperienza in panchina, anche in piazze nobili come Flamengo, Palmeiras, Botafogo. Coach preparato che nell’ultima intervista prima della finale ha detto: “Se morissi oggi, morirei felice”. Il club era inoltre diventato un esempio di come pure in Brasile si può essere lungimiranti e vincenti insieme; dal 2010 ha azzerato i debiti e iniziato a programmare, mentre il 50 per cento della rosa aveva rinnovi a lungo raggio per garantire stabilità. Quella che avrebbe dovuto giocare oggi era sicuramente la gara più importante della loro storia: il Chapecoense si era guadagnato l’accesso alla finale della Sudamericana con l’eliminazione in semifinale del San Lorenzo, preceduta da quelle dei brasiliani del Cuiabà, degli argentini dell’Independiente e dei colombiani dello Junior. Il ritorno della gara contro l’Atletico era previsto il 7 dicembre e nemmeno in casa loro, neppure dentro il loro Stato, perché nonostante fossero considerati come sfavoriti, avevano deciso di trasferirsi nell’impianto di Curitiba dove si sono svolti i Mondiali 2014. Sapevano di aver raggiunto un traguardo storico e volevano fare le cose in grande.

Questo dramma non può non portare alla mente la tragedia di Superga di 67 anni fa, quando l’aereo che portava a bordo la squadra del grande Torino, di ritorno da Lisbona, si schiantò contro il muraglione della Basilica di Superga. Ma non è il solo episodio di tragedia aerea a sfondo calcistico verificatosi nella storia. Basti pensare al disastro aereo di Monaco di Baviera del 1958, che colpì i “Busby Babes” del Manchester United. Oppure alla collisione aerea di Dniprodzeržyns’k del 1979, su cui si trovavano giocatori e staff del Paxtakor, club di massima serie sovietica. Si aggiungono: il disastro aereo dell’Alianza Lima del 1987, dove fu coinvolta l’omonima squadra peruviana; lo schianto del volo Surinam Airways 764 nel 1989 dove si trovavano alcuni giocatori del “Colourful 11”, rappresentativa del Suriname; e il più recente e tragico disastro aereo dello Zambia del 1993.

La storia dello “Chapè”, come di quelle appena elencate, contiene un qualcosa di magico e al tempo stesso triste. E’ la storia di un club che fino a poco tempo fa nessuno conosceva. E’ la storia di un club nella cui città si vendevano solo le maglie dei rivali dell’Internacional e del Gremio, baluardo della vicina Porto Alegre, o di altre squadre di Santa Catarina come l’Avaí o il Figueirense. Poi la “febbre Chapecoensè” ha contagiato tutti e oggi a Chapecò dominano i colori bianco e verde.
Un club arrivato ad un passo dalla partita più importante della vita. La partita che li avrebbe resi immortali e famosi in tutto il mondo, ma che non disputeranno più, per un destino troppo beffardo.

di Marco Ventimiglia



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