Lunedì 18 sono stati effettuati i sorteggi degli ottavi di Champions League, dove oltre all’attenzione verso le squadre più blasonate un occhio di riguardo se l’è riservato anche il Leicester.

Le “foxes” sono passate alla storia per aver vinto, non rientrando tra le squadre inizialmente candidate, la Premier League nel 2016, titolo che gli ha consentito la partecipazione alla Champions League 2016/2017, la prima volta in una massima competizione europea. L’attenzione rivolta verso la squadra di Ranieri è stata alta sin dall’inizio, soprattutto per il risalto mediatico mondiale che ha avuto la vittoria in terra inglese. E i risultati nel girone sembrano dare ragione al tecnico romano, dato che il Leicester è stato uno fra i primi club ad ottenere la qualificazione agli ottavi, grazie a 4 vittorie, un pareggio e una sconfitta (giunta peraltro a qualificazione già ottenuta). L’accoppiamento con il Siviglia ha sicuramente forgiato le speranze dei tifosi, dato che gli andalusi sono sicuramente un club alla portata, e soprattutto perché si sono evitati club come Real Madrid e Bayern Monaco.

I tifosi più romantici, e sicuramente più scaramantici, di questo sport, soprattutto del calcio inglese, avranno tenuto a mente anche un altro dato, o meglio, un altro episodio, che può far loro sognare.
L’episodio risale al 1981-82, e riguarda un altro club inglese con una tradizione ben più lunga, l’Aston Villa. Ma per spiegarlo occorre partire da qualche anno prima, raccontando la storia del club.
L’Aston Villa nasce nel 1874, in piena epoca vittoriana, a Handsworth, piccolo villaggio nelle Midlands occidentali inglesi, grazie a Jack Hughes, William Scattergood, Frederick Matthews e Walter Price. 4 ragazzi membri della Villa Cross Wesleyan Chapel che, come dice anche il sito del club, si riunirono sotto un lampione a gas e formarono il club. Anche l’Aston Villa, come i club inglesi dell’epoca, ha un’origine legata al cricket: Villa, derivante dal nome del team di cricket, e Aston dal distretto d’origine. Una curiosità: la prima partita della squadra fu, al Parry Barr (dove gioca fino al 1897, poi al ben più rinomato Villa Park), contro un club…rugby. Gli avversari furono infatti l’Aston Brook St Mary’s e la partita fu disputata per un tempo con le regole calcistiche, e con le regole rugbistiche nell’altro. Per gli archivi la partita finì 1 a 0 per l’Aston Villa.
Tra l’altro è proprio ad un dirigente dei “Villans”, che arriverà qualche anno dopo, che dobbiamo la nascita di “The beautiful game” nel 1888. William McGregor, negoziante in città con il fratello, ebbe infatti l’idea, stufo di dover assistere a partite amichevoli al di fuori delle coppe (FA Cup, le varie Senior Cup etc), di creare una competizione di lunga durata, con più squadre coinvolte che si affrontassero tra loro: in altre parole, un campionato. E’ in questi anni che il club prende forma anche a livello nazionale. Già nel 1887 alzò al cielo del Kennington Oval di Londra la sua prima FA Cup, vinta contro i vicini del West Bromwich Albion. Il primo goal in campionato fu dei “villans”, nell’1 a 1 di apertura contro i Wolves, e in quell’anno il club arriverà secondo. Non bisognerà aspettare molto per i primi titoli nazionali, dato che ne arriveranno cinque tra il 1893/94 e il 1899/1900 (e in mezzo tre vittorie in FA Cup). Per vedere un altro double bisognerà aspettare 60 anni. Tra i fautori di quelle vittorie giocatori come Archie Hunter, Howard Vaughton e sicuramente George Ramsay (leggenda del club che ne diventerà l’allenatore, dopo il ritiro, fino al 1926), che per caso si presentò a una partita tra due formazioni dell’Aston Villa (un match titolari contro riserve). Quel giorno a una delle due squadre mancava un giocatore, lui chiese così di poter giocare e a fine giornata era già stato nominato capitano.

Con l’avvenire del nuovo secolo il Villa continuò a incamerare successi, certo più sporadicamente rispetto al recente passato ma nemmeno troppo male, visto che nel 1905 venne rivinta l’FA Cup (2-0 al Newcastle United), nel 1910 un nuovo titolo in campionato e nel 1913 un’altra FA Cup, questa volta nella finale contro il Sunderland, altra squadra del nord-est, a cui assistettero 121.000 spettatori. Dopo la pausa per la prima guerra l’FA Cup venne nuovamente alzata al cielo nella finale di Stamford Bridge vinta ai supplementari contro l’Huddersfield Town grazie a un goal di Billy Kirton. Questo fu l’ultimo trofeo, dato che bisognerà aspettare ben 37 anni per vederne un altro, ma durante quel periodo ci furono altre soddisfazioni, nonostante l’incredibile retrocessione del 1936, considerando che il club era considerato una potenza a livello europeo. Non mancheranno infatti i grandi giocatori, su tutti il mitico Tom “Pongo” Waring, che segnò qualcosa come 49 goal nella stagione 1930/31, in cui i Villans finirono secondi alle spalle del grande Arsenal che stava vivendo la sua prima golden era (il Villa segnò un totale di 128 goal, record di sempre per goal segnati in massima serie). Nel 1934 il club decise di nominare il suo primo manager: precedentemente infatti, alla guida tecnica c’era un comitato, il cui capo (secretary) era responsabile delle scelte. In pratica il secretary svolgeva il ruolo che oggi svolge il manager, e i primi (e unici) due furono il già citato George Ramsay e W.J. Smith. Il primo vero manager fu Jimmy McMullan, con cui i “claret&blue” conobbero per la prima volta l’amaro sapore che solo una retrocessione sa dare. Jimmy Hogan, il sostituto di McMullan e uno dei primi manager giramondo (allenò in Francia, Austria, Ungheria, Svizzera, Germania) ci mise due anni per riportare i Villans in massima serie, quando di lì a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale.

Bisognerà aspettare il 1957 per vedere l’Aston Villa alzare nuovamente un trofeo, l’ennesima FA Cup, dove a farne le spese fu il leggendario Manchester United di Matt Busby, sconfitto 2 a 1. Ma questo trofeo, insieme alla Coppa di Lega (alla prima edizione) del 1961, furono solo dei sussulti, dato che durante quegli anni il club viveva di alti e bassi, caratterizzati anche da retrocessioni, anche tragiche, come quella in third division del 1969/70. Sotto accusa ci fu soprattutto la dirigenza, composta da uomini “who had failed to adapt to the new football reality”, come lo spiegavano l’assenza di una rete di osservatori o perfino di strutture di allenamento. Grazie all’insediamento di Pat Matthews, finanziere londinese che acquistò le quote del club, cominciò così la lenta risalita ai vertici del calcio britannico. L’agonia dura fino al 1974, quando Vic Crowe (dopo aver tra l’altro disputato una finale di League Cup da squadra di Third Division, persa però contro il Tottenham) viene esonerato e al suo posto subentra Ron Saunders, un duro ma con la faccia del buon padre di famiglia che veniva da due finali di League Cup perse con Norwich City e Manchester City. Questi da calciatore era stato un attaccante di assoluto livello, pur se con squadre di livello minore: 207 gol in 392 partite, la maggior parte delle quali con la maglia del Portsmouth. Al primo tentativo, Saunders ottenne la promozione, e riuscì anche a sfatare un personale tabù aggiudicandosi la Coppa di Lega, proprio contro i suoi ex Canaries.
Un’altra Coppa di Lega (nel 1977 contro l’Everton, la partita del “thunderbolt goal”) fece da preludio alla gloria nazionale ed europea. Nel 1980/81 i Villans riportarono infatti il titolo a Birmingham a 81 di distanza dall’ultimo, dopo un’avvincente sfida al vertice con l’Ipswich Town di Bobby Robson; la sconfitta dei “Tractor Boys” contro il Middlesbrough rese la parallela sconfitta dell’Aston Villa, in vantaggio in classifica, contro l’Arsenal ininfluente, e l’esultanza dei tifosi dei Villans alle notizie provenienti dalla partita dell’Ipswich fecero passare alla storia quel titolo come “the transistor championship”. Il Villa usò solamente 14 giocatori in quella stagione: Jimmy Rimmer, Kenny Swain, Ken McNaught, Dennis Mortimer, Des Bremner, Gordon Cowans e Tony Morley giocarono tutte e 42 le partite; Gary Shaw 40, Allan Evans 39 e Peter Withe 36 (capocannoniere con 20 reti); Gary Williams e Colin Gibson rispettivamente 22 e 21; chiudono David Geddis e Eamonn Deacy con 9 presenze a testa. A dimostrazione della mentalità di Saunders: crede nei fedelissimi; meno ricambio c’è e più la squadra da affidabilità, le riserve servono solo per sopperire alle assenze dei titolari.

La stagione dell’esordio in Coppa dei Campioni (il Villa aveva precedentemente raggiunto in Europa come massimo risultato i quarti di finale di UEFA) coincise con una prestazione in campionato deludentissima, tanto che, a Febbraio 1982, Saunders rassegnò le dimissioni con la squadra stagnante al diciannovesimo posto; il posto reso vacante venne preso da Tony Barton, assistente dello stesso Saunders e bravo a non stravolgere gli equilibri. In Europa, però, la squadra in quel momento era qualificata per i quarti di finale, avendo nel turno precedente eliminato non senza fatica i campioni della Dynamo Berlino (immortale la fuga di Tony Morley per il gol del 2-1) e prima ancora gli islandesi del Valur, sconfitti con un complessivo 7 a 0, dove avrebbe dovuto scontrarsi con la Dynamo Kiev del colonnello Lobanovsky. Lo 0-0 di Kiev fu seguito dal 2-0 al Villa Park, che consentì l’accesso alla semifinale, in cui i Villans si trovarono di fronte l’Anderlecht. 1-0 a Birmingham (goal di Tony Morley), 0-0 in Belgio: finale, senza peraltro subire goal per 360 minuti. La finale venne disputata a Rotterdam davanti a 46000 spettatori, e di fronte il Bayern Monaco favorito. Nigel Spink (subentrato a Jimmy Rimmer, infortunato), parò tutto il parabile, e bastò una rete di White per consegnare la coppa (dall’allora presidente Uefa Artemio Franchi) nella mani del capitano Dennis Mortimer. Il club entrò così nella storia diventando una delle quattro squadre inglesi ad aver alzato al cielo la coppa dalle grandi orecchie. Il trofeo tornerà inoltre in Inghilterra per la sesta edizione consecutiva (Liverpool ’77, ’78 e ’81, Notthingham ’79 e ’80). Il campionato vedrà invece i Villans concludere all’undicesimo posto.
La stagione seguente il club aggiunse in bacheca la Supercoppa Europea, anche se la Coppa Intercontinentale sfuggì, con la sconfitta in quel di Tokyo ad opera del Penarol; in campionato terminò sesto. Ma incredibilmente da lì a poco si stavano per aprire le porte della Second Division, che avviene nel 1986/87, risalendo comunque l’anno successivo, dove concluse al secondo posto.
Gli anni a venire, ad eccezione della Coppa di Lega del 93/94 e 95/95, ma soprattutto la clamorosa vittoria della Coppa Intertoto, saranno caratterizzati da un continuo sali e scendi, con la risonanza del club che è andata via via depennandosi, culminata con la retrocessione della scorsa stagione dopo ben 28 anni.
Ora qualcuno si starà chiedendo cosa hanno in comune Aston Villa e Leicester, però se ci si fa caso qualcosa c’è. Escludendo però il buon vecchio David Nicholl, che nel 1976 passerà alla storia come unico marcatore in una partita terminata 2-2 tra Aston Villa e Leicester (due gol fatti e due autoreti). Anche sul piano glorioso non c’è paragone: l’Aston Villa è la seconda squadra di sempre per stagioni nel massimo campionato (105, otto in meno dell’Everton capolista solitario) ed è al quinto posto per numero di campionati vinti.
Sono entrambi club che hanno una storia ultracentenaria. Il palmares dice ben altro però, con i Villans nettamente in vantaggio, nonostante la maggior parte dei trofei siano arrivati ad inizio secolo, mentre le coppe (3) delle Foxes sono piuttosto recenti, nonostante il club abbia partecipato più volte alla second division che alla first.
La netta somiglianza con il club di Birmingham sta però nel biennio d’oro, quello che va dal 1980 al 1982. Dovuti i contesti nettamente diversi, l’Aston villa, così come il Leicester di qualche anno fa, veniva da periodi bui e solo grazie al passaggio di società fu possibile la risalita. In quel caso fu Pat Matthews, nel 2010 invece fu una cordata thailandese chiamata Asian Football Investments (AFI), guidata proprio dalla King Power Group’ di Vichai Srivaddhanaprabh, quando il club stagnava ancora in Championship sotto la guida di Nigel Pearson.
Anche sul collettivo vi sono nette somiglianze. Abbiamo detto di come Saunders faceva affidamento su una ristretta cerchia di giocatori. I rocciosi centrali scozzesi, Allan Evans e Ken McNaught, due ali diversissime tra loro: l’agilissimo e guizzante Tony Morley, tipica wing inglese, ed il più difensivo e guardingo Des Bremner, assoluta chiave di volta tattica dello schieramento di Saunders. Per arrivare a Peter Withe, faccia da montanaro e annesso fisico da taglialegna. L’impostazione di Ranieri del titolo in premier è praticamente identica: Morgan e Huth a difendere, la fantasia di Mahrez e la corsa di Albrighton, e in avanti Jamie Vardy, con un passato da metalmeccanico, che fino a qualche anno fa giocava nelle serie dilettantistiche e che nella vittoria c’è sicuramente il suo zampino, come lo dimostrano le 24 reti in 35 presenze.
Anche l’armonia dello spogliatoio è stato un fattore dominante. Mortimer dirà che alla fine fu più semplice del previsto amalgamare quella squadra e condurla a traguardi importanti: “Mai una volta Ron ha alzato la voce, e noi abbiamo continuato a lavorare duro e fare le cose che lui ci chiedeva”. Una fiducia ricambiata. Tony Morley dello stesso pensiero del capitano: “E’ stato uno spogliatoio fantastico, nessuno dopo la partita o nei giorni successivi parlava degli errori commessi o delle prodezze, pensavamo solo a allenarci bene per la partita seguente”. E sappiamo come la coesione abbia contato anche in quel di Birmingham, come lo hanno dimostrato le pizze di gruppo, o i festeggiamenti per il pareggio del Tottenham a casa Vardy.
A rendere ancora più intrigante il tutto è il campionato vinto. Se per i Villans non si verificava da ben 81 anni, per il Leicester è stato il primo trofeo in bacheca, peraltro dopo una salvezza nella stagione precedente ottenuta nel rush finale. Ma ciò che li accomuna è la loro successiva partecipazione per la prima volta alla Coppa dei Campioni. E l’anno europeo coincise con un’annata deludente in campionato, e quest’anno il Leicester sta deludendo e non poco le aspettative, trovandosi in 14°posizione (l’Aston Villa finì undicesimo). Il cammino in Europa per l’Aston Villa forse prevedeva qualche partita in meno, data l’assenza dei gironi per far posto ai sedicesimi, però il cammino è stato sicuramente difficile, avendo incontrato più di una volta squadre che sulla carta partivano da favorite. Il Leicester ha superato i gironi con scioltezza, e adesso dovrà affrontare il Sevilla, che sicuramente non è la Dynamo Berlino di allora. E quell’anno sappiamo com’è finita.
Io se fossi un tifoso inglese un pensierino lo farei…

di Marco Ventimiglia



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