Breve storia del fuorigioco

Blogs 17 ottobre 2016 Redazione


Partiamo da un presupposto. All’inizio, il fuorigioco non esisteva. Cioè, in realtà sì. Ok, andiamo con ordine. Negli incontri della prima metà del XIX secolo si giocava con un’ampissima varietà di regolamenti, ognuno elaborato dalla squadra di casa e totalmente diverso dall’altro (basti pensare che neanche il numero di giocatori in campo era prefissato). La maggior parte delle Rules, però, era d’accordo su un punto: la palla, se era proprio necessario che venisse data ad un compagno di squadra, poteva essere passata solo all’indietro. Di conseguenza, ogni giocatore che si venisse a trovare davanti alla linea del pallone era de facto in posizione di offside. Ma quando verso il 1850 i set di regole cominciarono ad essere messi per iscritto ed il divieto di passare la palla in avanti venne eliminato, cominciarono i problemi.

A Sheffield, per esempio, il fuorigioco non piaceva granché, tanto che nelle Sheffield Rules del 1858 non se ne faceva minimamente menzione. Anzi, il gioco a quelle latitudini prevedeva l’esistenza di un calciatore, detto kick-through, il cui ruolo era letteralmente pasturare al limite dell’area avversaria e raccogliere eventuali lanci lunghi. Più a sud si era di opinione opposta. Le Cambridge Rules forse esageravano, ma stabilivano irrevocabilmente che, per essere in gioco su un pallone passato in avanti da un compagno, un calciatore doveva avere davanti a se “più di tre membri della squadra avversaria”.

E’ necessaria subito una piccola precisazione; nella descrizione comune della regola, il portiere viene solitamente incluso nel numero dei difensori in maniera sottintesa. Quando si parla di “tre membri”, si può essere ragionevolmente certi che uno dei tre sia il portiere. Naturalmente questa omissione genera parecchia confusione al momento di dover spiegare la regola ai neofiti. Comunque, dopo un decennio di tira e molla e discussioni, a Sheffield si decide di allinearsi alla Football Association, che aveva adottato le Cambridge Rules; la regola viene in ogni caso ammorbidita, cambiando l’espressione “più di tre” con la più permissiva “almeno tre”.

Non che questo risolvesse tutte le questioni. Nel 1905 si rende infatti necessario un ulteriore cambiamento. La regola non include una specifica zona di campo nella quale essere applicata; di conseguenza, data la propensione delle tattiche dell’epoca verso un “tutti sulla palla e vediamo un po’ che succede”, spesso e volentieri un calciatore poteva trovarsi in offside anche al limite della propria area. Si decide dunque di limitare il raggio di azione del fuorigioco alla metà campo offensiva. Ma il regolamento, come spesso accade, lascia comunque spazio all’immaginazione. Se l’avversario deve trovarsi davanti almeno tre giocatori (portiere compreso) per essere in posizione non punibile, cosa impedisce a uno dei due full-back dell’epoca (giova ricordare che la formazione quasi universalmente adottata era un equilibratissimo 2-3-5, meglio conosciuto come “piramide”) di lasciare il suo compagno di reparto a conversare amabilmente con il portiere, avventurarsi giusto al di là della metà campo avversaria e lasciare così automaticamente in offside chiunque mettesse piede al di là della linea centrale del campo?

Grazie all’applicazione di questa primitiva “trappola del fuorigioco”, gli anni 20 vedono un vero e proprio digiuno di reti nei campionati inglesi. Si rende quindi necessaria l’ennesima modifica e nel 1925 il numero di avversari sufficienti per non trovarsi in fuorigioco scende a due, cifra che continua ad essere valida tutt’oggi. Questo apparentemente leggerissimo cambiamento ha un enorme influenza sullo sviluppo della tattica calcistica, scatenando un effetto domino che sarà meglio discutere in separata sede. La riforma ottiene comunque l’effetto sperato e da allora la regola ha subito solo leggerissime modifiche.

Nel corso degli anni si è spesso addossata a uno sfruttamento sistematico del fuorigioco la scarsa spettacolarità di alcune partite. C’è da sempre chi sostiene che l’offside renda il gioco troppo frammentario e che vada applicato solamente a ridosso e dentro l’area di rigore. Negli anni 70 la Federazione Scozzese decide quindi di sperimentare nella League Cup la cosiddetta “area di offside”, allungando le linee dell’area di rigore fino a quella del fallo laterale e applicando la regola solo nella zona risultante. L’esperimento non ha però successo e viene accantonato in breve tempo. Stessa sorte subisce un’altra iniziativa del genere, questa volta patrocinata dalla Football Association. Le regole del campionato di Conference del 1988 prevedono che il fuorigioco non venga sanzionato sui calci piazzati. Questa nuova applicazione favorisce ovviamente il caos all’interno delle aree di rigore e diventa comunque inutile al momento del primo tocco successivo alla battuta, data l’altissima probabilità che su una spizzata almeno cinque compagni siano a ridosso della linea di porta (e quindi quasi certamente in posizione irregolare).

I grandi cambiamenti regolamentari degli anni 90, volti alla spettacolarizzazione di un gioco divenuto lento, ultra-difensivo e di conseguenza noioso, ci hanno infine lasciato in eredità alcuni dei cavilli più controversi della regola. Ad esempio, se prima era necessario trovarsi dietro l’ultimo difensore (senza mai dimenticare che c’è anche il portiere, mi raccomando!) per essere considerato in gioco, ora basta essere “in linea”. Ma cosa si intende con “in linea”? Le interpretazione sono varie e particolarmente astruse: fino a qualche anno fa per considerare la posizione regolare era necessario che tra i corpi dei due calciatori non ci fosse luce, ma cosa ciò volesse significare non è mai stato granché chiaro. Le direttive più recenti sostengono invece che ci si trova in offside se qualsiasi parte del corpo utilizzabile per segnare (quindi tutte, tranne le mani) è avanti rispetto all’ultimo difensore. Il che ha portato alla comparsa nelle cronache calcistiche di improbabili ginocchia, spalle e persino nasi in fuorigioco, nonché, ovviamente a innumerevoli polemiche.

Tutto questo però non è nulla rispetto al caos che ha creato il cosiddetto “fuorigioco passivo”. Una volta, se un giocatore era al di là della nostra immaginaria ed amatissima linea, era in fuorigioco, punto. Ma questo portava a volte a fermare azioni pericolose perché magari dall’altra parte del campo un giocatore, che non aveva la minima opportunità di intervenire, era in posizione di offside. Si è quindi tentato di ovviare a questo problema stabilendo che se un giocatore “non è in posizione di influire sull’azione” oppure lo è ma si “disinteressa del pallone”, il fuorigioco non è punibile.

Ma se il nostro eroe, una volta disinteressatosi della sfera e tornato in posizione regolare, viene chiamato in causa dal compagno che l’ha ricevuta? Torna punibile il fuorigioco precedente, dato che, a giudicare dalla circolare del 2003 , questo sarebbe uno dei casi in cui il calciatore “ha un guadagno dal trovarsi in posizione di fuorigioco”? Apparentemente no, almeno secondo le ultime direttive FIFA. E se due calciatori, uno partito in offside e uno no, inseguono lo stesso lancio? In quel caso, il guardalinee è costretto ad attendere e vedere chi dei due riceve effettivamente il passaggio prima di alzare la bandierina, ricevendo non pochi insulti dai calciatori che hanno fatto uno scatto di quaranta metri per rincorrere inutilmente la sfera, ma anche da parte del pubblico, che non di solito non apprezza queste segnalazioni differite.

Insomma, sin dalle prime codificazioni del gioco più bello del mondo, quello del fuorigioco è sempre stato un concetto aleatorio, in continua evoluzione. E quindi a tutti i tifosi, commentatori e opinionisti che si affannano per studiare ed interpretare a fondo la regola, non resta che dare un solo consiglio: lasciate stare. Tanto è più che probabile che fra un paio di anni dobbiate ricominciare di nuovo da capo.

di Francesco Cavallini

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FOTO: leonardo.it



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