Erano i giorni in cui le prime pagine dei giornali insistevano che il Camerun ci avrebbe fatto “tremare”. Anzi no, “paura”. Peggio ancora, ci avrebbe fatti “neri”. A meno di un colpo gobbo o di una carognata, attendendo misticamente il bacio della grazia. Magari per intercessione della Fifa, che in virtù degli indiscutibili poteri taumaturgici di Havelange aveva già spedito a casa l’Algeria di Rabah Madjer per salvare faccia e dignità alla Germania Ovest, con uno dei furti più clamorosi della storia ultracentenaria del pallone. Alle fine tutto si risolse per il meglio, almeno osservando la prospettiva dello stivale: Italia avanti col vento in poppa verso l’iride e la notte ubriacante del Bernabeu, e Camerun a casa, ma con la percezione di aver sfiorato l’impresa del secolo. I fotogrammi della partita (Vigo, 23 giugno, 17.15) sono tutt’altro che sbiaditi: Abega serve Milla in profondità. Bel controllo e cross per la testa del difensore Aoudou che manca clamorosamente la palla. Mbida vede Zoff che non si muove, arriva da dietro e lo anticipa. L’apoteosi sopraggiunse appena un minuto dopo il vantaggio di Graziani, agevolata da un’incertezza di N’Kono. Qualcuno parlò di combine, suggerendo che l’1 a 1 avrebbe spianato la strada agli azzurri proprio a spese del Camerun. Altri vergarono pagine e libri trasformando una partita di pallone discreta e niente più in una spy story degna di un romanzo di Henning Mankell. Gregoire Mbida mi racconto nel mio “Tackle nel Deserto: “Noi africani non abbiamo la mentalità per architettare certi mezzucci. Viviamo sempre alla giornata, improvvisiamo sul momento. Per questo non vinceremo mai un mondiale”. Altro che cospiratori e congiurati. La comitiva che avrebbe dovuto affrontare gli azzurri non aveva nulla da invidiare a un gruppo vacanze, mi raccontò. La squadra durante il tragitto dall’albergo allo stadio Balaidos, improvvisò in pullman un’esibizione canora che finì per contagiare anche il ct francese Jean Vincent.

A questo punto riavvolgo il nastro. Che cosa ci faceva Jean Vincent? Di sicuro non fu lui l’artefice della prima qualificazione del Camerun a un mondiale di calcio. Il 24 marzo, di 35 anni fa, la federazione di Yaoundé liquidò Branko Zutic, il sensale dei leoni indomabili. L’uomo che costruì pezzo dopo pezzo un Camerun che passò alla storia, collocando un Paese sconosciuto sulle cartine geografiche dello sport. All’epoca Zutic aveva 52 anni, e in Africa si era distinto per gli scudetti vinti in Ghana, Nigeria e in Camerun, nel Canon di Yaoundé (l’ossatura della nazionale in Spagna). Zutic pagò i risultati poco soddisfacenti in Coppa d’Africa in Libia. “In realtà pareggiammo tutte e tre le partite, come accadde poi ai mondiali, ma il mio allontanamento fu deciso negli ambienti politici“, racconto qualche anno dopo. L’accordo infatti avvenne tra il presidente della repubblica del Camerun, Ahmadou Ahidjo, e l’allora ministro degli esteri francesi, Claude Cheysson. Siamo negli anni della Guerra Fredda, e un allenatore dell’est sulla panchina di una squadra francofona sarebbe stato mal interpretato. Da Parigi imposero Jean Vincent, esonerato nei giorni precedenti dal Nantes. Il resto della storia è noto a tutti gli amanti del pallone. E Zutic? Si autoescluse, abbandonò il pallone e rientrò a Belgrado, dove morì nel 2003, con qualche rimpianto, ma con la certezza di aver scritto il “c’era una volta” della favola del Camerun.



As featured on NewsNow: Calcio news