L’arte di arrangiarsi africana non ha nulla da invidiare a quella italica. Del resto il continente nero, così come la nostra penisola, hanno vissuto secoli di colonizzazione selvaggia che ha generato negli autoctoni quel sano spirito di “fottere per non essere fottuti”. Arrangiarsi per vivere in maniera accettabile la quotidianità, e, in alcuni casi, barcamenarsi persino per sopravvivere, è diventato un dogma. Noi e loro del resto siamo accomunati dalla sottomissione transalpina, e ai duraturi periodi di saccheggi all’ennesima potenza perpetrati per imbandire, con invidiabile opulenza, l’altare pagano della grandeur d’oltralpe.

Gli africani, come gli italiani, sono quindi semplicemente gli allievi che hanno imparato dai maestri, in alcuni casi superandoli in spirito di iniziativa e abilità di ladrocinio. Il calcio non è certo esente da talune pratiche votate al raggiro e ammetto di aver visto, nell’Africa non contaminata dai club Méditerranée o dai resort, cose che voi umani non potreste neppure immaginare. Mi è capitato ad esempio a Cotonou, la capitale del Benin, di incontrare tre persone differenti che si sono presentate al giornalista “bianco e italiano” con la qualifica di allenatori del Jeunesse Athlétique du Plateau, una delle squadre più rappresentative e titolate del pallone locale. Nel giro di qualche anno? Domanderà a questo punto il lettore meno smaliziato. Macché, tutti e tre nello stesso giorno, non in epoche differenti. Forse nessuno dei tre era il vero allenatore, ma il millantato credito diventava evidentemente fondamentale per crearsi un’aura, darsi un tono, o scroccare un pranzo in un ristorante del posto. In Togo ho conosciuto due presidenti dello stesso club, l’Okiti Fc di Badou (località di montagna), e un procuratore che mi mostrò una lettera (ovviamente falsa) di incarico conferitogli dal Catania (non scelse Juve, Milan o Inter per apparire di proposito più credibile) per scovare i migliori talenti del calcio togolese e portarli in Italia. Yao Amegnaglo, una toccata e fuga nella nazionale togolese, fu protagonista nel 2011 di una storia a dir poco delirante. Fisicamente somigliava al francese Desailly, ed era un difensore corazzato, ma rapido ed elegante. Uno pseudo agente di calciatori decise di portarlo a Tel Aviv per un provino. L’uomo, non avendo le credenziali, non venne mai ricevuto da alcun club, e al povero Yao, sedotto e abbandonato in Israele, non rimase altro da fare che intraprendere un viaggio della speranza a ritroso, con ogni mezzo di trasporto possibile, tranne l’aereo. Per tornare a casa percorse qualcosa come 7.200 (impiegandoci due mesi). Oggi gioca in patria nella squadra della dogana.

Poi ci sono le storie che sono già arrivate alle nostre latitudini, entrambe accomunate dal paese che le ha generate, il Ghana. “Riporterò il Como in serie B”, affermava in primavera con piglio sicuro e autorevole l’avvenente Akosua Puni Essien, 41 anni, imprenditrice inglese originaria del Ghana, moglie del calciatore Michael Essien. “Ako”, per gli amici, aveva comprato il Como all’asta, quando ormai la società era a un passo dal fallimento, per 237mila euro. I tifosi l’avevano accolta come una star, e lei, con movenze da pantera, e atteggiamenti da donna in carriera perfezionati nella City londinese, aveva versato circa 200mila euro (non suoi) per pagare gli stipendi e mantenere i conti in regola. Arrivando persino a presentare l’allenatore, l’ex juventino Mark Iuliano e lo staff tecnico. Poi il nulla. Lady Essien ha fatto perdere le proprie tracce, e persino il tentativo di mediazione del sindaco di Como, Mario Lucini, non ha prodotto risultati.

Il secondo episodio di raggiro in salsa ghanese riguarda quel figlio di buona donna di Anthony Annan, centrocampista della nazionale delle Black Stars ai mondiali del 2010, e giramondo con le casacche (tra le altre) di Rosenborg, Vitesse e Schalke 04. Di questi tempi sta sbarcando il lunario dalle parti di Helsinki, e alla luce dei sui (veri o presunti) 31 anni, sta meditando di appendere le scarpette al chiodo, non senza aver intascato gli ultimi emolumenti di una carriera costruita attorno a una bugia venuta a galla nel tempo. Per chi non lo sapesse, ma credo siano davvero pochi, Anthony Annan ha raccontato a tutto il mondo di essere nipote di Kofi Annan, dal 1997 al 2006 Segretario Generale delle Nazioni Unite, e emblema universalmente riconosciuto della diplomazia internazionale. A parità di costi e di capacità tecniche, chi se la sentirebbe di rifiutare in squadra il nipote di cotanto zio? Nessuno infatti si è mai tirato indietro e neppure ha pensato di approfondire l’argomento, affidandosi all’onestà (solo presunta) di Anthony. Tutto è andato per il verso giusto fino al 2013, periodo in cui il centrocampista ghanese veniva stipendiato dall‘Osasuna di Pamplona. Koffi Annan, a cui evidentemente era arrivata la voce del nipote, decise di affidarsi al suo portavoce per smentire in maniera ufficiale qualsiasi grado di parentela con il calciatore. Si trattava di un semplice caso di omonimia sfruttato da Annan per per strappare qualche euro (o dollaro) in più e ottenere ingaggi alla faccia di altri colleghi normodotati come lui. Normodotato nelle caratteristiche tecniche.

Sul resto, meglio non indagare…



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