L’attentato di Dortmund fornisce uno spunto di riflessione sulle strategie jihadiste, e le prove di una convergenza delirante tra pallone e guerra santa. L’ultima mostruosità che ricordo risale al 12 gennaio 2015, quando i miliziani del Califfato uccisero in pubblico a colpi di mitragliatrice 13 ragazzini “colpevoli” di aver guardato una partita di calcio in tv tra la nazionale irachena e la Giordania, valida per la Coppa d’Asia (che si stava svolgendo in Australia). I ragazzini furono catturati nel quartiere di Al Yarmuk, a Mosul, e giustiziati perché nel guardare il match avrebbero violato la sharia. I cadaveri rimasero esposti a terra e i genitori non poterono recuperarli per timore di essere a loro volta trucidati dai jihadisti.

Per una partita di pallone si gioisce, si esulta e si soffre, ma, purtroppo, si può anche morire. Tutto per una fatwa redatta dallo sceicco saudita Abdallah Al Najdi nell’agosto del 2005. Nel testo viene spiegato che lo sport non è altro che “un complotto ordito dall’occidente per corrompere gli animi musulmani distraendoli dalla guerra santa. Chi si farà corrompere dai giochi impuri dei sionisti pagherà con la vita”. La fatwa viene applicata ormai da più di dieci anni con tale ferocia, da trasformare semplici appassionati in vere e proprie sette clandestine costrette a radunarsi in catacombe da terzo millennio per sbirciare uno scampolo di gara, con l’accortezza di soffocare qualsiasi emozione. Il 4 luglio del 2006 una coppia di fidanzati venne assassinata a colpi di kalashnikov alla periferia di Mogadiscio perché si rifiutò di abbandonare un cinema durante la proiezione della semifinale dei mondiali tra Italia e Germania. A tradirli le urla di gioia al gol di Fabio Grosso.

I jihadisti sono scatenati su tutti i fronti e a qualsiasi latitudine, persino in Norvegia. A Oslo hanno minacciato di morte due calciatori della nazionale, Tarik Elyounoussi e Omar Elabdellaoui, per via delle loro origini marocchine. Isis li ha invitati a “smettere di difendere la bandiera insanguinata di una nazione che bombarda il Califfato islamico”. L’antiterrorismo tedesco, in merito all’agguato al pullman del Borussia, ritiene ragionevole che gli obiettivi fossero i giocatori musulmani, come i turchi Sahin e Mor e il mauritano Dembelé, che avrebbero “tradito” i valori islamici non pagando la zakat, la quota di beneficenza prevista dal Corano. E’ il delirio, e il pallone sta rischiando davvero grosso di fronte all’imprevedibilità demenziale dei miliziani che combattono sotto il drappo nero del sedicente califfato.



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