Di calciatori ne ha visti transitare parecchi, ne ha serviti parecchi, portando in tavola, con un sorriso tutt’altro che di circostanza, un piatto di Manti, del Kuzu Kaburga o una porzione di Baklava. Kenan ogni tanto non resisteva alla tentazione e si faceva cristallizzare in una foto ricordo da pubblicare sui social per poi vantarsi con gli amici. Sfogliando il suo profilo Facebook ci sono immagini che lo ritraggono a fianco di Diego Costa, l’ariete del Chelsea “todopoderoso” di Antonio Conte, oppure di Mesut Ozil, il turco-tedesco più famoso del pianeta. Li avrebbe voluti entrambi nel suo Galatasaray, la squadra del cuore, con Wesley Sneijder che continua a sfidare la carta d’identità e Fernando Muslera a dimostrare di non essere quel brutto anatroccolo di capitolina memoria.

Il giorno di Natale il Gala ha “recapitato” un bel regalo a Kenan, il 5 a 1 in scioltezza al minuscolo Alanyaspor. Poi è arrivato il ko, recuperabile, nella coppa nazionale due giorni dopo. Non deve averne fatto una malattia, pensando al turno di lavoro del 31 dicembre e ai 600 coperti da gestire con i colleghi. Un lavoro impegnativo il suo, non come quello di Riekerink, che al massimo deve scegliere se puntare su Inan o Altintop in mezzo al campo.

Kenan ha preso servizio alle 18 all’Elite Club Reina, pregustando non certo la fatica, ma la paga doppia, 63 euro e 50 centesimi. Magari per fare un regalo alla moglie Zahia o alle figlie di 18 mesi e di 5 anni. Qualche ora dopo un uomo è salito su un taxi nel quartiere di Zeytinburnu, nel versante europeo di Istanbul, per farsi portare in quello di Ortakoy, dove è situato il Reina. Per via del traffico troppo intenso, che stava rallentando l’andatura della vettura, ha completato il tragitto a piedi, impiegando circa quattro minuti per raggiungere il locale. Il resto è la storia drammatica che tutti conoscono.

Una sventagliata di Ak-47 ha colpito Kenan Kutluk in pieno petto, omologandolo, a 35 anni, al destino di altre 38 vittime innocenti. Sacrificate sull’altare di una parola in arabo che abbiamo ormai sdoganato, jihad. La jihad, il jihad, il martirio, la guerra santa. Ripensando a questo ennesimo segmento di orrore a me viene da dire soltanto una cosa, dopo anni che mi sposto da una parte all’altra dell’Africa e del Medioriente per raccontare gli incubi del pianeta sequestrato dal terrorismo radicale. Un tempo i guerriglieri si “martirizzavano”, oggi, come era già accaduto per Anis Amri, il tunisino della strage in Breitscheidplatz, il killer di Istanbul ha preferito sottrarsi al sacrificio estremo imposto dalla jihad e perpetrato da tanti altri miliziani del Califfato. E così alla figura dell’assassino ne sta prendendo forma un’altra, quella del vigliacco.



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