Non ha bisogno di visibilità e neppure di denaro Peter Rufai, 52 anni, re della tribù degli Idimu, originaria di Lagos. Dall’alto della sua posizione regale ha nuovamente lanciato un appello a Boko Haram per la liberazione delle 195 studentesse (delle 276 inizialmente rapite) nelle mani degli jihadisti da ormai tre anni. “Sono pronto a prendere il loro posto. Mi sembra uno scambio ragionevole. La mia famiglia può pagare qualsiasi riscatto. Se vogliono soldi possiamo parlarne. Non si può continuare a giocare con la vita di giovani innocenti”.

Rufai non è un personaggio qualsiasi e neppure un fanatico dal piglio delirante, la sua notorietà arriva dagli ambienti sportivi. Ha difeso la porta della nazionale di calcio della Nigeria in sessantadue occasioni. Era il numero uno ai mondiali americani del 1994 e, soprattutto, giocò contro gli azzurri a Boston. Una gara che anche i più tiepidi appassionati di pallone ricordano bene. La Nigeria passò in vantaggio con Amunike, l’Italia di Arrigo Sacchi salvò la faccia e la qualificazione con una doppietta di Baggio quando ormai gli africani si predisponevano ad assaporare un risultato epocale.

“Fa sorridere essere ricordato per la prestazione peggiore della mia carriera, ma ormai ci ho fatto l’abitudine. Baggio era un marziano, ma con maggior reattività il primo gol avrei potuto evitarlo. Non saremmo andati ai supplementari e la storia del calcio nigeriano avrebbe preso un’altra piega”.

La carriera nelle Super Aquile e i campionati da professionista in Belgio, Olanda, Spagna e Portogallo gli hanno regalato fama e ammirazione. “Prima ancora che la corona da re della mia tribù – ci tiene a sottolineare – per questo non esito a mettermi a disposizione dei terroristi. Il destino con me è stato clemente. Da bambino sono guarito dal vaiolo mentre un sacerdote mi stava già impartendo l’estrema unzione. Poi è arrivato il pallone. Ho ricevuto davvero molto. E’ arrivato il momento di restituire qualcosa”.

Peter Rufai è cattolico, anche se poco praticante, ma a suo modo di vedere la religione in Nigeria è solo un pretesto per regolare i troppi “giochi di potere in sospeso. Ho molti amici musulmani, la convivenza in Nigeria non è un problema. Prendete la scuola di Chibok dove hanno rapito le ragazze, c’erano studentesse di entrambe le religioni. Prima di tutto amiche tra di loro”. Un cattolico che dialoga con i musulmani e che prende due gol da un buddista. “Non manca proprio nulla – sorride – il terrorismo religioso serve a mascherare il vero dramma del nostro Paese che si sta consumando nell’infinita guerra del petrolio. Altro che chiese o moschee, a casa nostra sono le raffinerie i luoghi di culto”.



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