Quanto sto per raccontare, e che ha come coordinate geografiche l’Arabia Saudita, sembra preso in prestito dal celebre romanzo di Manuel Vazquez Montalban “Il centravanti è stato assassinato verso sera”, anche se è accaduto davvero e senza la soluzione del caso affidata da Pepe Carvalho.

Che cosa abbiamo di concreto? Un colpo di fulmine, un fulmine e due colpi di pistola. Ruota infatti attorno a queste tre azioni il dramma di Mohammed Ali Akid, centravanti della nazionale tunisina morto il 12 aprile del 1979, a soli 29 anni, e le cui cause del decesso sono state riportate in via ufficiale dal legale della famiglia, Kais Ben Said, soltanto nei giorni scorsi dopo quattro anni di depistaggi, insinuazioni e smentite. Il cadavere di Akid fu rinvenuto sul campo d’allenamento dell’Al Nassr, il club saudita di Riyadh con il quale aveva firmato un contratto qualche mese prima. Secondo le autorità locali Akid morì folgorato da un fulmine che lo raggiunse nel corso di un temporale, uccidendolo sul colpo. La salma del calciatore venne ricomposta nell’ospedale di Riyadh e tumulata nel cimitero musulmano della stessa città. In tutti questi anni la famiglia non era riuscita a ottenere l’autorizzazione per riportare a Sfax (città d’origine) il corpo del congiunto. Inutili gli appelli rivolti alla monarchia saudita così come ai presidenti tunisini Bourguiba e Ben Ali per chiarire alcuni aspetti che non convincevano parenti e legale del defunto.

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La svolta si è fatta attendere per 37 anni, regalando però un colpo di scena degno di un giallo scandinavo. L’attuale presidente della Tunisia Beji Essebsi, dopo un lungo braccio di ferro con le autorità saudite, ha ottenuto che la salma di Akid venisse riesumata per essere sottoposta agli accertanti di un’equipe medica inviata da Tunisi. Gli esami hanno appurato che il calciatore non è stato ucciso da un fulmine, ma da due colpi di pistola, uno allo stomaco e l’altro, mortale, all’altezza dell’occhio destro. Le pallottole si trovavano ancora tra i suoi resti. Akid sarebbe stato ucciso da un rivale in amore, vittima quindi di un delitto passionale maturato in ambito sportivo. A onoro di cronaca, il delitto d’onore, secondo l’articolo 18 della legge applicata nei paesi wahabisti, non prevede il carcere, ma una multa pecuniaria. Una storia imbarazzante, dove il rivale, e carnefice, sarebbe stato addirittura il principe ereditario Nayef bin Abdelaziz (deceduto quattro anni fa) e per queste ragioni insabbiata con cura dalle autorità saudite. L’ex attaccante aveva preso parte ai mondiali del 1978 in Argentina, giocando da titolare in tutte e tre le uscite della formazione maghrebina. La squadra, diretta dall’allora emergente tecnico Abdelmajid Chetali, oggi uno degli opinionisti di spicco dei canali sportivi di Al Jazeera, aveva destato un’ottima impressione. Superando il Messico 3 a 1, fermando sullo 0 a 0 la Germania Ovest campione del mondo in carica e perdendo di misura con la temutissima Polonia. Akid si era disimpegnato piuttosto bene, attirando le attenzioni del ricco club saudita (dove negli anni sono transitati campioni come Stoichkov e Denilson, e gli allenatori Don Revie, Artur Jorge, Zagallo e Maturana tra gli atri), fino, purtroppo, alle estreme conseguenze.



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