Non erano i cavalieri dell’apocalisse e neppure i moschettieri. Di sicuro erano in quattro, allenatori brasiliani atterrati all’aeroporto di Baghdad in un rovente pomeriggio di luglio del 1985 per portare un po’ di calcio samba in Iraq. Chiamati direttamente da Saddam Hussein che inviò a Rio de Janeiro il suo ministro dello sport affinché accettassero l’incarico, convinto di un’impresa alla portata, se sostenuta da alchimisti esperti. Il rais era feroce e spietato, non certo un visionario, almeno nelle questioni sportive. In pochi sanno che fu tra gli ideatori della partita di pallavolo tra Iraq e Iran che contribuì a chiudere nell’estate del 1988 la guerra che andava avanti da otto anni e che lasciò sul campo più di un milione di vite umano. Torniamo al pallone: Saddam era convinto che l’Iraq potesse qualificarsi per i mondiali messicani. La stessa squadra nel 1980 a Mosca aveva quasi sfiorato il podio alle Olimpiadi. A suo avviso c’era stoffa, sostanza e tecnica, mancava un timoniere affidabile. E siccome voleva fare le cose in grande, da buon megalomane decise di chiamare quattro allenatori: Carlos Alberto Lancetta, Jorge Vieira, Eduardo Coimbra e Josè Antunes Coimbra, questi ultimi due fratelli di Zico. Offrì a ciascuno uno stipendio mensile di 20mila dollari, cifra astronomica per l’epoca, e i quattro brasiliani accettarono dividendosi i compiti da buoni fratelli. Lancetta si occupò della preparazione atletica, i fratelli di Zico della tattica, mentre Vieira, anche per questioni anagrafiche, divenne il supervisore della squadra. Saddam non aveva torto, l’Iraq iniziò a mostrare i muscoli, vincendo il girone asiatico, fino ad arrivare allo spareggio con la Siria, che per motivi legati al conflitto in essere contro l’Iran venne disputato sul campo, neutro e sintetico, di Taif, in Arabia Saudita. Sintetico perché all’epoca nessuno si azzardava di importare zolle dall’Inghilterra, come accade oggi, o di costruire a cifre folli sistemi di irrigazioni capaci di sottrarre verde a terre sequestrate dal deserto. Solitamente i campi da calcio del Golfo Persico erano in cemento, dipinto di verde.

Quando l’Iraq si qualificò ufficialmente ai mondiali messicani l’Al Zawra Park, il cuore pulsante di Baghdad, divenne teatro di una festa che proseguì per tre giorni, con gli immancabili colpi di fucile sparati in aria, ma anche ad altezza uomo (sette i morti). La stampa di mezzo mondo iniziò a tessere le lodi dei quattro cavalieri di un’apocalisse moderna, osannando soprattutto il supervisore Jorge Vieira, ribattezzato dai giornali brasiliani “il califfo di Baghdad”. Alcuni di questi articoli vennero ritagliati personalmente dall’ambasciatore iracheno a Rio de Janeiro e spediti a Saddam. Il rais ci rimase male: ma come? Deve aver pensato. Io sono il padre di questa nazione, il fratello guida, e nessuno parla di me? Così, di punto in bianco, decise di convocare Vieira, lo ringraziò per il lavoro svolto, invitandolo a salire sul primo volo utile per il Brasile. Rispedì a casa anche Lancetta e Antunes, affidando la conduzione tecnica a Edu Coimbra. Ma anche il fratello di Zico decise di abbandonare la nave, se non altro per non passare per traditore. Saddam il despota in un colpo solo ruppe il giocattolo e lasciò la nazionale senza guida tecnica. Dopo aver fatto la conta tra gli allenatori locali, ed essersi reso conto che probabilmente non ce n’era uno solo all’altezza della situazione, tornò a pescare in Brasile, e dopo i rifiuti di Minelli, Zagallo e Zé Mario (quest’ultimo si presentò alla sede della federcalcio di Baghdad, ma ritornò a casa il giorno dopo senza firmare il contratto) riuscì a rimediare tale Evaristo de Macedo, ex allenatore del Qatar, già eliminato proprio dall’Iraq, che accompagnò i leoni di mesopotamia in Messico. La trasferta fu un tormento per giocatori e staff tecnico. L’Iraq perse di misura con il Paraguay e il Belgio, e alla seconda gara si chiuse ufficialmente anche l’esperienza di Evaristo, di fatto esonerato al termine della gara da Uday Hussein, figlio di Saddam e capo delegazione in Messico, e sostituito da uno dei suoi collaboratori, l’iracheno Akram Ahmad Salman. Nonostante il nuovo timoniere, la squadra perse anche la terza partita, sempre di misura, contro i padroni di casa. Al rientro in patria accadde il finimondo, ma questa è un’altra storia. Per la cronaca, o le statistiche (fate voi) dal 1986 a oggi, quindi in circa trent’anni, l’Iraq ha alternato 41 commissari tecnici. Deve fare davvero caldo a quelle latitudini, anche senza lo spettro dei tagliagole del Califfato Islamico.



As featured on NewsNow: Calcio news