Il calcio a stelle e strisce degli Anni Settanta mi ha sempre affascinato, tant’è che ci ho persino scritto la mia tesi di laurea sul fenomeno del soccer, del carrozzone chiamato Nasl (acronimo di North American Soccer League) e dell’impatto sociale ed economico tra quello che era a tutti gli effetti uno sport di importazione e l’americano diffidente. Il modo di concepire il pallone fallì perché nonostante i nomi altisonanti, ingaggiati per alimentare una non meglio precisata speranza laica tra i tifosi-immigrati dalla vecchia Europa, la Nasl non aveva alle spalle il ricambio generazionale. Nei college non si insegnava il soccer, oggi sì. Da qui il boom all’americana che stiamo vivendo da un po’ di anni. Non sono comunque soltanto rose e fiori, visto che è più faticoso di un viaggio su Marte far comprendere agli americani che uno sport può essere praticato senza il supporto delle mani, e che si possono premiare entrambe le contendenti attraverso il vituperato pareggio.
Negli anni della Nasl accadde un po’ di tutto: da squadre che giocavano negli impianti per il baseball, riadattati con porte e gesso (l’esempio più eclatante arriva da Seattle), a portieri che per preservare le ossa craniche dagli scontri indossavano il caschetto (l’ex numero uno degli Usa, Alan Mayer anticipò di una quarantina d’anni lo sfortunato Cech), fino ad arrivare a infortuni fasulli, stabiliti a tavolino per consentire alle tv di mandare in onda gli spot, che ben si adattavano a tutte quelle discipline, tranne appunto il pallone, che prevedevano il time-out.
autista
Poi c’è lui, il personaggio dispari, il protagonista della mia storia, Bob McAlinden. Di professione faceva l’autista di un ricco imprenditore londinese. Ogni tanto scarrozzava anche un altro incallito giocatore d’azzardo, George Best. I due si erano conosciuti in un derby giovanile tra United e City. McAlinden arrivò in prima squadra, giocò una sola partita e si rese conto che sarebbe stato più opportuna cercarsi un lavoro. I suoi piedi poco educati non gli avrebbero mai consentito di campare di solo pallone. Tutto vero, fino a quando incontrò appunto George Best, che per non accollarsi viaggio e permanenza in solitaria a Los Angeles, spacciò Bob per una stella della Premiership, bidonando il direttore generale degli Aztecs.
Il retroscena venne raccontato dallo stesso Georgie. “Non avrei mai immaginato che un giorno potessi chiedere a Bob di venire negli Stati Uniti con me. Avevo detto no ai Cosmos, e loro presero Pelè. Non male come sostituto… Ma quando nel 1976 si fecero sotto gli Aztecs accettai”. Best si recò in California per incontrare il direttore generale John Chaffetz e chiese di inserire nella clausola del contratto l’ingaggio di McAlinden. “Macca chi? Chiese Chaffetz, e io gli risposi che era un ottimo mediano e che veniva dal Manchester City, e tanto bastò per convincerlo”. In un’epoca tutt’altro che globalizzata la parola aveva ancora un’importanza decisiva, anche se, come in questo caso, ammaliante e votata al raggiro.
Per farla breve l’incredulo McAlinden, pur stringendo i denti, riuscì a crearsi il suo spazio, disputando quattro stagioni nei Los Angeles Aztecs, una nei Memphis Rogues, chiudendo in bellezza nei San Jose Earthquakes, giocando contro Pelè, Cruyff, Beckenbauer, Eusebio, Banks, Neeskens e Gerd Muller (solo per ricordarne alcuni), raccogliendo 109 presenze e trovando persino in 17 occasioni la via del gol, uno rifilato proprio al leggendario connazionale Gordon Banks. Oggi, 70enne, si gode la pensione a Salford, la città che ha dato i natali a un altro centrocampista, ma più famoso di lui, Paul Scholes. Bob è rimasto a contatto con il pallone e ogni tanto, per conto del Bournemouth (la squadra in cui chiuse la carriera dopo i fasti americani) va a osservare qualche ragazzino di belle speranze. Sperando, e scusate il gioco di parole, di pescare un novello Best piuttosto che un erede di “Macca chi?”.


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