Il Togo è una delle nazioni che meglio conosco di tutta l’Africa nera. Ci sono stato una decina di volte, percorrendo tutte le strade (ovvero una, sterrata e sottoposta a pedaggio) che portano dalla capitale Lomé a Dapaong, al confine con il Burkina Faso. Per una mia non meglio precisata abilità l’allora presidente dell’As Douanes, la squadra della dogana marittima, mi nominò nel 2011 “direttore sportivo ad honorem”. Di fatto ero direttore di una squadra di Serie A, ma senza portafoglio e senza voce in capitolo. Questo signore, al secolo Oniadon Dongo, mi telefonò la scorsa primavera per chiedermi di convincere Antonio Conte a diventare ct della nazionale. Come se io e Conte fossimo amici di vecchia data… Tutto questo per dire che il Togo è un po’ la mia seconda nazione, da quelle parti mi hanno adottato e ne sono felice.
Così come sono contento che gli Sparvieri siano riusciti a qualificarsi per la Coppa d’Africa. Resta da capire se viaggeranno in Gabon con o senza Emmanuel Adebayor, il calciatore più illustre di sempre, ormai 33enne e disoccupato cronico dopo un impietoso segmento di carriera al Crystal Palace. Ha spiegato che le sue disgrazie sportive sono da imputare al malocchio perpetrato da alcuni parenti gelosi per i suoi trionfi. Di Adebayor ricordo un episodio a dir poco pazzesco: per “merito” suo l’aereo che da Lomé avrebbe dovuto portarmi a Parigi partì con due ore di ritardo. Colpa del famoso vettore francese? Macché, colpa del personale addetto all’imbarco dei bagagli. Era il 5 aprile del 2011, e in quelle ore si stava giocando Real Madrid-Tottenham di Champions League. Adebayor era in campo e il Togo, aeroporto compreso, si era fermato per ammirare l’eroe nazionale in maglia merengues, che per altro aveva messo a segno una doppietta.
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Oggi il Togo è diretto dallo stregone bianco che risponde al nome di Claude Le Roy. Il 68enne allenatore francese ha lavorato in Camerun, Congo, Senegal e Ghana. Gli hanno promesso 8mila dollari al mese. Mi spiace per lui ma non vedrà un solo centesimo degli emolumenti che gli hanno garantito. In Togo un contratto vale meno della carta igienica. E’ tutto molto evanescente e surreale. E’ l’Africa. Prendete Lomé, la capitale baraccopoli. Non è solo la città delle Nana Benz, le chiassose e corpulente proprietarie di quasi tutti i taxi che si riconoscono facilmente dai variopinti copricapo e dagli scintillanti e pacchiani monili d’oro, ma è anche un porto di mare dove ogni allenatore (Le Roy compreso) trascina le proprie speranze prima di essere cannibalizzato, non inteso come un eccesso del senso ludico della gastronomia.
Divorare gli allenatori è stato il passatempo preferito del pittoresco colonnello Rock Gnassingbe, per anni padre padrone del calcio togolese e fratello minore di Faure, uno dei tanti dittatori disseminati nell’Africa Nera. Questo signore ha cambiato qualcosa come 14 allenatori della nazionale nello spazio di pochi mesi. L’esonero più bizzarro è quello di Jean Paul Abalo: cacciato per non aver inserito nella lista dei convocati tal Salou Tadjou. Gnassingbe non era al corrente che Tadjou fosse deceduto un anno prima in un incidente stradale. Che dire? Vive l’Afrique!


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