Tredici anni fa Saddam Hussein venne catturato a pochi chilometri da Tikrit, portando alla chiusura del cerchio della doppia Guerra del Golfo. Il “tiranno” fu condannato a morte e giustiziato il 30 dicembre del 2006. Dopo la caduta del rais vennero a galla i tanti orrori perpetrati dal regime anche in ambito sportivo. Sarebbe ripetitivo (e non si aggiungerebbe nulla di nuovo) rammentare il dramma della nazionale che giocò la Coppa del Mondo nel 1986. Tra realtà, favole e leggende è stato scritto davvero di tutto sui reduci della trasferta messicana e sul trattamento che venne loro riservato dal sanguinario Uday Hussein, figlio di Saddam e presidente della federcalcio di Baghdad. Preferisco invece spostare i riflettori su Noor Sabri, di sicuro uno dei portieri più validi del calcio asiatico. La sua è una di quelle storie che ben si adatterebbe ad un romanzo. La vicenda di un atleta sciita catapultato, suo malgrado, in una faida con i sunniti che risale a 1.400 anni fa. Nonostante gli sciiti siano la maggioranza, il regime in Iraq è sempre stato nelle mani dei sunniti. L’etnia tanto per intenderci di Saddam Hussein e oggi di Abu Bakr al-Baghdadi, califfo del sedicente Stato Islamico.

Per una notte Noor aveva messo a tacere le armi, trasformandosi nell’idolo di una nazione finalmente unita. Nel luglio del 2007, grazie ai suoi prodigiosi interventi, condusse l’Iraq alla storica vittoria nella Coppa d’Asia in Indonesia. Una notte da canone inverso, dove una sfera di cuoio frenò la mattanza fratricida. Per le strade di Baghdad si festeggiava il trionfo mentre gli atleti seguivano i caroselli da un tv al plasma in un hotel di Jakarta. Noor ha accarezzato un’illusione, e pochi giorni dopo sono arrivate, puntuali, le minacce di morte. “Mentre tutti i miei compagni cercavano un ingaggio all’estero io in Iraq ci sarei rimasto volentieri – racconta – volevo lasciare un segno tangibile. Diventare il simbolo di una ritrovata unità nazionale. Ma ho moglie e due figli e alla fine mi sono dovuto arrendere”. Noor ha abbandonato l’Al Talaba e si è rifugiato in Svezia. A Uppsala, città natale di Ingmar Bergman, ha sostenuto un provino con il modesto Ik Sirius. Purtroppo da Baghdad non è mai arrivato il transfer, “e alla scadenza del visto turistico sono dovuto rientrare in patria, pur tra mille timori”. Di fronte alle minacce ha lasciato Baghdad, risalendo a nord, fino a Duhok, zona franca controllata dai curdi. “La squadra era modesta, ma con i 2mila dollari al mese di stipendio in Iraq vive nel lusso chiunque”.

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A 500 km dalla capitale Noor credeva di essersi lasciato l’inferno alle spalle, ma i sunniti sono tornati a bussare nuovamente alla sua porta. Minacce, intimidazioni e scritte ingiuriose sui muri di casa, da qui la decisione di fuggire e volare in Egitto per firmare un contratto con la squadra di Ismailia. La sua vita sarebbe dovuta ripartire dalla città che sorge sulla riva occidentale del Canale di Suez. Dove quasi centocinquanta anni fa tagliarono un istmo e dove, simbolicamente, aveva scelto di tagliare col passato. Ma quando di mezzo c’è Noor Sabri i colpi di scena sono dietro l’angolo. Il club egiziano infatti ha mandato a monte la trattativa per motivi economici. Il portiere iracheno non chiedeva la luna, ma le casse dell’Ismailia erano praticamente vuote. Noor è stato così costretto a rientrare in Iraq, vivendo sotto scorta, dovendo persino rinunciare alle convocazioni della nazionale per non incappare nell’ira degli uomini dell’Isis. Oggi, 32enne, ha deciso di chiudere con la selezione, fermandosi a 99 gettoni. Il futuro è nebuloso, ma probabilmente si alimenterà di un’esistenza lontana dall’Iraq che l’ha sedotto e abbandonato.



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