Abbiamo peccato. Eccome! Abbiamo abusato della parola “favola”, utilizzandola ogni volta che un refolo di vento tentasse di alimentare un qualche canone inverso. La favola del Leicester? Macché, vuoi mettere quella del Sutton? E il pachiderma che divorava l’hot dog in panchina? Che favola ragazzi! La favola del colesterolo. Aspetta, aspetta, vorrai mica dimenticare la favola del Montpellier scudettato? Ah sì? E allora ecco la Siria, gioca sotto le bombe e vince, favola elevata al cubo sostengono taluni gazzettieri. In realtà la Siria gioca in campo neutro e spesso le prende pure. Favole, favole, un mantra, a volte dai risvolti funesti: a forza di ripetere la parolina magica a quei poveri ragazzi venuti dal Brasile gliel’hanno tirata. Fino ad arrivare alla favola inzuppata di melassa, del poderoso Lipsia che avrebbe dovuto far tremare le gambe al Bayern Monaco. Sabato, con la vittoria dei bavaresi sul Wolfsburg, e il contemporaneo pareggio della squadra ex Ddr contro l’Ingolstadt, giustizia è stata fatta.

Nella speranza che venga da qui in avanti sdoganato il meno possibile il sostantivo che racchiude la sublimazione del “e vissero felici e contenti”. Trovo l‘abuso linguistico raccapricciante: non si può considerare verginella o cenerentola una società che appartiene a uno degli uomini più ricchi del pianeta e che irrora con i proventi della celebre bevanda buona parte del mondo dello sport. Se fosse stato il TSG Sprockhoevel a contendere il “meisterschale” ad Ancelotti allora sì avremmo dovuto parlare di una favola. Andersen e i fratelli Grimm scomodiamoli quando proprio non ne possiamo fare a meno. Il pallone dei miliardi ha davvero poco di fiabesco.

Ps, Carlo Ancelotti allenerà la nazionale italiana dopo Russia 2018 e nel 2022 vincerà la Coppa del Mondo in Qatar. In una delle terre celebri, e celebrate, per le favole da mille e una notte. Ecco, sono caduto nel tranello. Ho peccato, ho abusato.



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