Il pallone l’aveva addomesticato con un tocco raffinato Cuciuffo, quasi un evento per il compianto Luis. Però è meglio dirla tutta: la speranza, un po’ arrogante, dell’uno-due con il Pibe ce l’aveva. Diego in quei giorni era in stato di grazia e neppure si accorse che il suo difensore, con l’insolita maglia numero 9, gli aveva consegnato la sfera con la speranza di ottenerla e sparare a rete. Eccola la corsa di Diego, maestosa e solenne tra magliette di color arancio. Uno, due, tre uomini cristallizzati nello slalom e poi quel sinistro soffice a scavalcare il mio padrone. E io? Avrei voluto afferrare il cuoio, farlo aderire, impadronirmene, ma il mio padrone rimase talmente frastornato dal gesto tecnico di Maradona che preferì utilizzarmi per ammortizzare la caduta sull’erba, comunque morbida dell’Azteca. Mi aspettavo di afferrare il pallone che si chiamava come lo stadio, Azteca, un inno alla fantasia, e invece schiacciai qualche filo verde spruzzato d’acqua. Irrorato per regalare un pizzico di sollievo a un tappeto smeraldo sequestrato dalla calura di quei torridi giorni messicani.

Nel bene o nel male sapevo comunque che non avrei potuto essere un protagonista, se non di riflesso. Il mio padrone di me si fidava, senza però mai condividere soddisfazioni. Al massimo mi sputava addosso, ma non per scherno o dileggio, semmai per migliorare le mie prestazioni. Sì. Forse è il caso di fare un passo indietro. Ho il dovere, quantomeno morale, di far capire a chi sta leggendo che non sono in preda a un atavico delirio. Semplicemente non sono di carne, sangue e muscoli. Sono di gomma, qualità da laboratorio serio, non da scantinati illegali del terzo mondo. Io sono Fangy e il mio gemello si chiama Maskin. Assieme facciamo un paio di guanti, non guanti bianchi, comunque nobili. Per anni siamo stati selezionati a proteggere mani importanti, quelle di Jean Marie Pfaff, uno dei migliori portieri al mondo. Il numero uno della nazionale belga. L’estremo difensore che provò in un pomeriggio di fuoco a fermare Maradona. Ecco perché il portiere si chiama anche “estremo difensore”. Perché a volte c’è solo un gesto estremo o finale che può fermare la corsa di un pallone in fondo alla rete. Un gesto sostenuto spesso da mani protette da gente come Fangy e Maskin. A Città del Messico purtroppo rimanemmo quasi inoperosi. Troppo devastante Diego per tentare di sfiorare i suoi giochi di prestigio.

Ho più di un quarto di secolo sulle spalle, me lo porto con fierezza. Anche Maskin, ma lui è un testone, non vuole parlare più. Sono ormai 30 anni che non bofonchia una sola parola. Tanto ci comprendiamo a gesti, quelli delle cinque dita sue e delle altrettante mie. Basta e avanza, ma lui ne fa una questione d’orgoglio. Non ha mai perdonato a Pfaff di averci offerti in una sorta di sacrificio pagano a Maradona a fine partita. Si abbracciarono Jean Marie e Diego. Si scambiarono anche le magliette. Poi, mentre Diego stava per raggiungere gli spogliatoi, ecco che il mio padrone lo richiamò sventolandoci in aria e separandosi da noi. “Tienili tu Diego, a me oggi non sono serviti a nulla”. Un gesto che rappresentava assieme resa e sportività. Siamo finiti da un borsone all’altro. Da quello di Pfaff al più nobile di Maradona. Ci sarebbe stato da gioire? In un primo momento sì. Il nostro nuovo proprietario era il calciatore più famoso e forte del mondo. Di tutti i tempi. Noi eravamo diventati i guanti di una leggenda vivente. Poco dopo però comprendemmo che sarebbe finito tutto lì. Guanti di proprietà di una leggenda che non avrebbe esitato a infilarci, per sempre, in fondo a un cassetto. Del resto lui la mano l’aveva già usata una volta e senza guanto. Una mano per andare in gol, non per salvare la porta. Ecco perché Maskin ci rimase così male, aveva compreso fin dall’inizio l’inganno. Io ero stato ammaliato dal momento, dalla celebrità acquisita. Però alla fine mi sono adattato, forse per una questione di pigrizia. Oggi devo dire che mi sta bene così. Viviamo in un cassetto di una vecchia credenza che Diego ha sistemato in soffitta della sua casa qui ad Ezeiza. Ci passa poco tempo da queste parti, ma quando torna dai suoi viaggi ha l’abitudine di passare in rassegna cimeli e ripercorrere la storia zeppa di alti e bassi, di trionfi e di frustrazioni, di vittorie e di sconfitte, sempre da numero uno, anche nella drammaticità degli eventi. Siamo in tantissimi in soffitta e non perdiamo occasione per ravvivare le giornate parlando delle nostre esperienze e di come siamo finiti alla corte del Pibe. Io racconto di quel gol pazzesco e un po’ divento altezzoso e civettuolo, perché quando Diego passa dalla soffitta ci prende dal cassetto, ci osserva e sorride. E’ il momento dei suoi ricordi più emozionanti, di un mondiale irripetibile. Una volta abbiamo persino accolto le sue mani, piccole e tonde rispetto a quelle gigantesche di Jean Marie. Gli altri oggetti ci guardano con invidia, ma in loro non vedo cattiveria, soltanto invidia. Io sorrido e faccio in modo che tutti si accorgano della simpatia che Diego nutre per noi. La gelosia purtroppo è strisciante. Ho visto la maglietta di Zico girarsi dall’altra parte e un gagliardetto della Corea del Sud chiudere gli occhi a mandorla dopo aver tentato di accartocciarsi su se stesso. A me non interessa quando dicono che siamo fuori produzione e che i nostri parenti vengono venduti al massimo su ebay. Faccio spallucce col pollicione e il mignolo. Io, e mio fratello Maskin, siamo i guanti che un numero uno di ruolo regalò a un numero uno in assoluto. Se non mi prendete per folle vi faccio una piccola confidenza: un po’ leggendario mi sento anch’io e se avessi fermato quel pallone forse Maradona non sarebbe diventato el “Re de la Copa del Mundo“. E noi saremmo rimasti con Jean Marie, che forse nel tempo, sbadato com’è, ci avrebbe buttati nel bidone dell’indifferenziata.



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