Se dovesse capitarvi di entrare alla “Pousada Do Leandro”, affacciata sulla spiaggia in madreperla di Cabo Frio, potreste trovarvi di fronte a un’atmosfera simile a quella di Adrian’s, il risto-pub di Rocky Balboa a Philadelphia, raccontato nel sesto episodio della celebre saga. Nella pellicola diretta da Sylvester Stallone, Rocky serve piatti fumanti, allietando i commensali con i racconti dei suoi celebri incontri con Apollo Creed, Clubber Lung, Ivan Drago e Tommy Gunn, fino a trovarsi nuovamente al centro del ring, contro il giovane campione del mondo Mason Dixon, in una sfida quasi surreale, e di sicuro dal grande impatto cinematografico.
Il proprietario della “Pousada” non ha certo voglia di rimettersi in discussione, di tornare indietro nel tempo, e neppure di indossare una casacca. Anche se la sua è di quelle celebri, di quelle che fanno parte della liturgia del pallone mondiale.

Il padrone di casa della Pousada è José Leandro, 58 anni, ex laterale destro del Flamengo (415 gare ufficiali disputate in rubronegro), e soprattutto il terzino del Brasile più forte di tutti i tempi, quello dei mondiali di Spagna 1982. Improbabile, come sempre, innescare paragoni, perché significherebbe scomodare epoche che difficilmente possono essere messe allo specchio tra loro, ma Leandro va annoverato tra i più importanti “lateral direito” assieme ad Augusto da Costa, Djalma Santos, Carlos Alberto, e Cafu. Tutti, proprio come lui, personaggi che hanno fatto dell’unicità il loro indelebile stile di vita. Leandro col Flamengo ha vinto tutto (4 campionati Carioca, 3 scudetti e una Coppa Libertadores), con la Selecao ha disputato 27 gare ufficiali, ma ha deciso di ritirarsi ad appena 31 anni, “perché del calcio ne avevo le scatole piene – racconta – il pallone mi ha permesso di avere un tenore di vita agiato e di poter investire denaro in altre attività. Il calcio però resta un gioco, bello, coinvolgente, divertente, ma sempre e solo un gioco, e prima o poi bisogna smettere di giocare e crescere”. Per la cronaca l’ultima partita di Leandro in nazionale fu quella del Sarrià contro l’Italia di Pablito Rossi.

Leandro non ha mai pensato di allenare o di diventare agente di calciatori. Ha staccato la spina e voltato pagina. Da ormai vent’anni si occupa di ristorazione, da 15 ha aperto un ristorante dove ai clienti che lo riconoscono firma autografi e racconta qualche aneddoto della sua carriera. Come quello della clamorosa decisione di rinunciare ai mondiali del 1986. Aveva 27 anni, era nel pieno della maturità fisica e sportiva, ma pochi giorni prima della partenza per il Messico “avvisai il ct Tele Santana che sarei rimasto a Rio de Janeiro. C’erano giovani che meritavano una chance, io l’avevo già sfruttata quattro anni prima. E poi “o mestre” e aveva punito il mio amico Renato Portaluppi per indisciplina. Mi sono sempre sentito un po’ suo fratello, e quindi ho abbandonato la Canarinha per solidarietà”. Al suo posto Santana convocò e mandò in campo Josimar, del Botafogo, che si dimostrò essere un ottimo sostituto. Quel Brasile uscì ai quarti di finale contro la Francia ai rigori, e Josimar non ebbe tantissime altre occasioni per mostrare le proprie abilità, soffocate dalla straripante crescita di Jorginho.

Leandro giocò in un Flamengo stellare, con Zico, Junior, Mozer, e Andrade. “Anch’io ero una stella, ma sono dell’idea che non si possa brillare in eterno – taglia corto – meglio pensare ad altro. Il mio Flamengo è il ristorante. Qui sono anche o capitão…”.



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