Ci sono storie di pallone che mi hanno colpito così tanto per la loro singolarità da rimanere impresse nella mente anche a distanza di parecchi anni. Se dico Lars Lunde forse solo gli amanti del calcio nordico potrebbero intendere a colpo sicuro di chi sto parlando. Però trovo altrettanto corretto non lasciare il povero Lunde imprigionato nei cassettini della (mia) memoria e parlarne diffusamente. Ho scelto di offrirgli la luce dei riflettori mediatici in questi giorni, perché l’ho ritrovato, quasi per caso, impegnato ad allenare nella terza divisione svizzera. Lars Lunde, danese di Nyborg, classe 1964, era un buon attaccante esterno. Presidiava la fascia sinistra (come il suo piede più sensibile), trovava con una certa abilità la via del gol, ma era altrettanto abile nelle azioni corali votate a spingere la sfera di cuoio in fondo al sacco. Per il ct danese dell’epoca, Sepp Piontek, Lunde raffigurava alla perfezione il rimpiazzo ideale di Miki Laudrup.

Lars Lunde iniziò nel Broendby per esplodere in Svizzera, con la casacca dello Young Boys. All’epoca la squadra di Berna non era proprio una squadra qualsiasi, ci giocavano lo svedese Robert Prytz, e i nazionali elvetici Baumann, Zurbuchen e Weber tra gli altri. Nel primo turno della Coppa dei Campioni 86-87 lo Young Boys riuscì persino a vincere (1 a 0) in casa, la sfida d’andata, contro il todopoderoso Real Madrid di Beenhakker. Erano gli anni in cui i merengues in Champions perdevano al primo approccio, rimontando con roboanti punteggi due settimane dopo al Bernabeu. Ed è quello che accadde il 1° ottobre 1986 (5 a 0, doppio Butragueno e gol di Valdano, Hugo Sanchez e Santillana).

Proprio dalle ceneri della sconfitta nacque la rivincita di Lunde. Qualche settimana dopo il danese venne acquistato dal Bayern Monaco. L’allora tecnico Udo Lattek necessitava di una pedina d’attacco per dar fiato a Wohlfarth e a Rummenigge tra gli impegni di Bundesliga ed Europa. Lunde si adattò alla perfezione, e siccome il caso passeggia in incognito per le strade del mondo, il Bayern trovò in semifinale proprio il Real Madrid. A Monaco i tedeschi si imposero per 4 a 1, e questa volta gli spagnoli non riuscirono a ribaltare il punteggio nella “caseta blanca” quindici giorni dopo. Vinsero 1 a 0 (Santillana) e per Lunde si consumarono, in campo con la maglia numero 11, gli anelati crismi della vendetta. Il Bayern arrivò quindi alla finale di Vienna, contro il Porto, esibendo il diploma di squadra favorita. Fu la notte stregata del tacco di Allah (Madjer) e del redivivo Juary. Lunde ci rimase male, ma non da piangere a dirotto come i suoi compagni. Lui aveva regolato i conti col Real, incassando il credito al banco della buona sorte. Una sorte che bussò, con atrocità, nell’aprile del 1988 sotto le sembianze di incidente d’auto. Costringendolo a chiudere la carriera agonistica ad appena 24 anni.



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