Lo ammetto candidamente, non volevo crederci. Non mastico molto il tedesco, ma so cosa significa “blumenhandler”, fiorario. E allora ho acquistato un biglietto del treno della fantasia, per dirlo con un fiore, per cogliere l’essenza di un petalo al tatto, spingendomi verso il culto, senza epoche, di questa meravigliosa creatura partorita dalla terra e alimentata da un amplesso col sole. Quella del “blumenhandler” è la professione attuale di uno dei miei idoli di gioventù, Norbert Eder. Nessuna parentela con il fenomenale mancino del Brasile, o con l’oriundo dell’Italia che fu di Conte, e neppure con il treccioluto attaccante estemporaneo chiamato da Cristiano Ronaldo, in una sera da canone inverso, a ereditarne l’aura nel teatro di Saint Denis.

Norbert Eder è stato un operaio specializzato del calcio tedesco e mondiale. Specializzato nel prendersi cura del fantasista avversario, del playmaker, del numero 10 che avesse più di altri la predisposizione a inventare traiettorie impossibili. Eder era il soldatino del genio guastatori applicato alla sfera di cuoio. Duro nei contrasti, con i bulloni degli scarpini sempre arroventati, ma generoso e leale. Tant’è che nonostante la condizione da terminator, in carriera si è visto sventolare una sola volta il cartellino rosso sotto il naso. La sua traiettoria nei club la si può suddividere in tre momenti: gli anni della formazione e dell’arrembaggio a Norimberga, i trionfi nel Bayern Monaco e un percorso verso il viale del tramonto nella tranquilla Zurigo.

Di sicuro più interessante, e singolare, la sua esperienza con la Germania (all’epoca Ovest). L’allora ct Beckenbauer decise di convocarlo per la prima volta a un mese dalla kermesse iridata in Messico, facendolo esordire in un’amichevole contro la Jugoslavia a Bochum. Il “Kaiser” aveva un debole per due vecchi fusti: Dietmar Jakobs per la difesa e Felix Magath per il rifornimento di munizioni all’attacco (Voeller, Rummenigge, Allofs). Il boia di Atene, reduce da una stagione mediocre ad Amburgo, e con 33 primavere sulle spalle, in campo di fatto camminava, ma a Beckenbauer interessavano i suoi piedi geometrici. “Felix può fare quello che vuole. Ho trovato chi corre per lui”. Norbert Eder da Bibergau appunto, che impiegherà pochissimo tempo a entrare nella parte, guadagnandosi persino un posto da titolare nella finale di Città del Messico contro l’Argentina. Il 29 giugno 1986, all’Azteca, Eder fu chiamato dal Kaiser a collaborare con Matthäus alla marcatura di Maradona. L’unica volta che se lo persero, il Pibe servì la palla a Burruchaga per il definitivo 3 a 2.

Dopo trent’anni ecco il nuovo Norbert Eder, lontano dal pallone e scevro di spirito belluino. Nei cannoni ci ha messo davvero i fiori, quelli che vende con sua moglie Elisabeth in un negozio di Rosenheim. “Il calcio non mi manca. Quando ho voglia di emozionarmi, vado a colpo sicuro e riguardo quella partita che mai avrei pensato di giocare in vita mia”. Eder l’ottimista, che vede (e vende) le rose, e non le spine.



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