In campo: Saad Al Sheeb; Pedro Miguel (Portogallo), Ibrahim Majid (Kuwait), Mohammed Musa, Abdulkarim Hasan Fadlalla; Hassan Al Haidos, Boualem Khoukhi (Algeria), Rodrigo Tabata (Brasile), Mohammed Kasola (Ghana), Ali Assadalla (Bahrein); Akram Afif (Tanzania). In panchina: Khalifa N’Diaye (Senegal), Karim Boudiaf (Marocco), Ali Afif (Tanzania), Musab Kheder (Sudan), Ahmed Al Sayed (Egitto), Abdurahman Abubakar (Arabia Saudita), Luiz Ceara (Brasile), Yasser Aboubaker Essa, Oumar Barry (Guinea), Tresor Kangambu (Congo), Sebastian Soria (Uruguay), Amine Lecomte (Francia), Mohammed Muntari (Ghana), Daniel Goumou (Guinea). Questo è l’elenco, tra titolari e riserve, dei calciatori della nazionale del Qatar che hanno preso parte alla sfida dello scorso 13 giugno contro la Corea del Sud, valevole per la qualificazione ai mondiali. Gara vinta dai qatarioti, che comunque, per fortuna, sono fuori dalla Coppa del Mondo in Russia. Venti dei venticinque calciatori non sono nativi del Qatar, l’autentico Paese d’origine e indicato tra le parentesi. Non è certo una novità: ai mondiali di pallamano, organizzati a Doha nel 2015, la locale Handball Association fece anche di peggio, costruendo una nazionale soltanto con i naturalizzati, anche perché in Qatar della pallamano francamente non importa nulla a nessuno. Nonostante tutto la nazionale ibrida ottenne l’argento, messa sotto (meno male) dalla Francia. Il pallone è la croce (si fa per dire…) e delizia dei signori del petrolio, non certo di un Paese che non ha storia, cultura e passione per la sfera di cuoio. La facilità nell’ottenere un passaporto nuovo di zecca dalle parti di Doha è disarmante, e alimenta voli pindarici, compresa l’organizzazione dei mondiali del 2022. Embargo permettendo.

Torniamo indietro. Nonostante sia esteso quanto la Basilicata, con una popolazione di appena 2,5 milioni di abitanti, il Qatar è una potenza economica da far tremare i polsi. Da qualche settimana però a barcollare è il minuscolo emirato, intrappolato nelle sabbie mobili dell’ambiguità diplomatica e delle contraddizioni nei rapporti con l’Occidente. La crisi tra Doha e il resto del fronte sunnita si sta allargando a macchia d’olio, rischia di coinvolgere Europa e Stati Uniti e di far saltare accordi economici e sportivi.  La crisi diplomatica sta creando un effetto domino che potrebbe coinvolgere l’industria del pallone. Il Qatar ha ottenuto la discussa, e in parte ancora sub judice, organizzazione dei campionati del mondo di calcio del 2022. Una proclamazione annunciata dopo un duello all’ultimo voto con gli Stati Uniti, che già nel 2011, a fronte di una perdita di introiti pari a 150 miliardi di dollari, decisero di affidare un’indagine all’Fbi per verificare eventuali combine, che puntualmente vennero alla luce, tra i vertici del pallone di Doha e l’allora presidente della Fifa Blatter. Il bubbone esplose nel maggio di quattro anni dopo. Oggi la crisi diplomatica potrebbe portare al boicottaggio del torneo iridato, che riprenderebbe la strada degli Usa.

Ps, anche la Cina non si è qualificata per i mondiali di Mosca. Non ne sentiremo la mancanza. A quelle latitudini il calcio è davvero a livelli di puro imbarazzo, nonostante il cimitero degli elefanti allestito dal circo Barnum in salsa di soia.



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