RABAT – Più che un film, è un esperimento sociale. Potremo definirlo addirittura una testimonianza necessaria che nasce dalla volontà di raccontare dall’interno il mondo dei migranti, sgretolando il muro dei luoghi comuni e lasciando emergere come l’eldorado necessario sia, alla fine, il Marocco e non solo le coste italiane, greche o spagnole.

La pellicola si chiama Revenir (Tornare) ed è stata girata dal filmaker australiano di origini italiane David Fedele con un ex calciatore e rifugiato ivoriano Imesh Kumut. Insieme hanno escogitato di riattraversare la rotta clandestina che dieci anni fa funzionò da salvacondotto per Imesh per fuggire dalla guerra del cacao che stava destabilizzando la Costa d’Avorio. Imesh e David si sono incontrati nel 2013 qui a Rabat, dove l’ivoriano all’epoca viveva e lavorava, mentre David stava cercando un interprete per un suo precedente documentario che mostrava la vita quotidiana dei migranti che dall’enclave di Melilla tentano di passare in Spagna. “Siamo ripartiti proprio dalla mia vecchia casa ad Alepè, attraversando quindi il Ghana, il Togo, la Nigeria e il Niger, fino ad arrivare al deserto algerino”, mi racconta Imesh.

Ad ogni tappa l’ivoriano cercava un lavoro, per raccogliere denaro e proseguire nel suo viaggio verso il Marocco. “Non certo l’Italia o la Spagna – ci tiene a sottolineare – io sono convinto che ogni persona non debba mai perdere di vista la propria dignità. Volevomantenermi con le mie forze, progettare un futuro, e sapevo che il Marocco, così come la Libia di Gheddafi, avrebbero rappresentato un ottimo compromesso e il miglior punto di ripartenza”. La pellicola di Fedele si srotola assieme alle testimonianze dell’ex migrante ivoriane e a quelle delle persone che hanno incontrato a dieci anni di distanza dal viaggio originario. Dalle immagini si ha la sensazione che il percorso verso il nord sia cambiato, diventando zeppo di ostacoli e gestito in via esclusiva dai trafficanti di esseri umani. “Abbiamo incontrato persino migranti di ritorno, persone che sono state truffate, che hanno subìto saccheggi e angherie di ogni genere”, spiega il regista australiano.

Tutto questo all’ombra di campi profughi che hanno il logo delle Nazioni Unite, ma che in realtà non sono gestiti direttamente dal personale del Palazzo di Vetro. La vita di Imesh continua a essere narrata fuori dal filmato. “Sono stato persino in grado di studiare all’università marocchina di Rabat. Studiavo e lavoravo come carpentiere. Infine mi sono trasferito in Francia, dove ora vivo con mia moglie e nostra figlia”. Di ritorno a Rabat, afferma che le condizioni degli immigrati sono migliorate grazie alle leggi sull’immigrazione messe a punto negli ultimi anni dai governi Benkirane e Othmani. E il calcio? “Quando vivevo in Costa d’Avorio ho giocato anche in Serie A, nel Jeunesse Club di Abidjan, ero un buon terzino destro, di sicuro non un fenomeno. Tra i miei compagni di squadra c’erano Lassina Diomandé e Kassim Konè. Loro hanno avuto maggior fortuna, sono diventati professionisti in Bulgaria e a Bangkok. Io mi sono dovuto reinventare.

La vita è anche questo, una sperimentazione, un viaggio continuo. Il pallone vive in me, ma solo più come appassionato, e come gran tifoso di Yaya Tourè”.



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