Il Rwanda cerca un allenatore, non indigeno, per la nazionale dopo la fallimentare esperienza di Jimmy Mulsa. Però non vuole francesi. Anzi, come ricorda la federcalcio di Kigali, “i francesi sono pregati di non presentare curriculum. Verranno cestinati“. La federazione sportiva non ha fatto altro che eseguire un ordine che arriva dall’alto, dal presidente della repubblica Paul Kagame, che ha innescato l’ennesima crisi politica con l’Eliseo. Kagame è tornato ad accusare Parigi di aver avuto un ruolo fondamentale nell’addestramento dei soldati e delle milizie che si resero responsabili del massacro di 800mila persone, la maggior parte di etnia tutsi, e di aver appoggiato i leader hutu che perpetrarono il terribile genocidio del 1994. Da anni il governo di Kigali chiede che vengano processate le più alte cariche dello stato transalpino di quegli anni. Fra quelli menzionati in un rapporto redatto dalla commissione investigativa del Rwanda ci sono l’ex primo ministro Dominique de Villepin e l’ex presidente, ormai deceduto, Francois Mitterrand. Fin dal novembre 2006, il presidente del Rwanda ha tagliato tutti i rapporti con la Francia, dopo che un giudice l’aveva accusato di essere a sua volta implicato nella morte del suo predecessore, avvenuta il 6 aprile del 1994 e considerata come l’evento scatenante per la successiva strage.

In questo braccio di ferro è anche lo sport a pagarne le conseguenze. Il Rwanda, che nella strage di quella maledetta primavera ha perso un decimo della popolazione, ha faticato a lungo per ritrovare una credibilità sportiva. Una generazione, di fatto, è stata annientata nel corso della mattanza a colpi di machete. Dalle Olimpiadi di Atlanta (due anni dopo la guerra civile) a oggi, il Rwanda è riuscito a inviare alle edizioni dei giochi a cinque cerchi in tutto 32 atleti. Nel calcio i risultati sono approssimativi, per non dire disastrosi, e a farne le spese di recente è stato il tecnico di Belfast Johnny McKinstry. Pescando dal cestino della federcalcio di Kigali, tra i fogli appallottolati saltano fuori i curriculum dei più o meno noti Bernard Simondi, Denis Lavagne, Nasser Sandjack, Yannick Salomon, Sebastien Desabre, Didier Gomes da Rosa, Daniel Breard e Denis Goavec, ma anche quello di Raymond Domenech.

La sua è una storia che va raccontata a margine. Anzi, più che una storia è quasi un’autentica maledizione, perché Domenech è arrivato al capolinea. Il 65enne tecnico francese pensava di aver toccato il fondo dopo l’ammutinamento dei suoi giocatori in Sudafrica durante la Coppa del Mondo del 2010, e invece il peggio si è materializzato negli anni succesivi, sequestrati dall’anonimato e dalle tante porte sbattute in faccia. Il colpo del K.O. gli è stato inferto pochi giorni fa dalla federcalcio rwandese che ha spento l’entusiasmo innescato dall’ennesimo tentativo di tornare in sella. Per la cronaca dal 2011 il suo curriculum è stato respinto da Benin, Togo, Kenya, Niger, Camerun, Senegal e Marocco. Ironia della sorte quasi tutte nazionali che si sono poi accordate con allenatori transalpini, per altro suoi ex compagni di squadra, come Amoros, Giresse, Six e Michel. Domenech è “Da Solo“, come il titolo del libro che aveva presentato a Parigi, ma che non è diventato un caso letterario. Lui stesso ha ammesso di non avere “il talento dello scrittore”, ma ha colto l’occasione per rincarare la dose su quanto accaduto a Polokwane nell’intervallo di Francia-Messico. Oltre a dedicarsi alla scrittura Domenech avrebbe trascorso buona parte del suo tempo (libero) mettendo in giro voci di trattative per recuperare un pizzico di credibilità dopo la disastrosa vicenda nella terra dei Bafana Bafana. E mentre calciatori come Gallas, Evrà, Ribery e Anelka (che l’aveva apostrofato in maniera piuttosto pesante) assicurano di non volerlo neppure più vedere in foto, lui sostiene di aver ancora molto da offrire come allenatore. Purtroppo l’etichetta dell’arrogante ha fatto il giro del mondo, raggiungendo persino l’Africa Nera. La stroncatura rwandese, condita anche dalle note vicende politiche, si è trasformata in un micidiale boomerang che ora rischia di affossare un tecnico che nel recente passato si è avvolto in maniera spropositata di grandeur senza portare a casa lo straccio di un risultato degno di considerazione.



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