Dal 1° gennaio Ole potrà godersi la meritata pensione. Gli è stata recapitata una lettera che attendeva da tempo, vergata dal ministero degli interni e sottoscritta dal comando cittadino della polizia di Copenhagen. Dopo 40 anni di onorata carriera, Ole potrà dedicare più tempo alla famiglia, ai nipoti, coltivare l’hobby della pesca, leggere libri, e seguire dalle tribune del Parken le gesta dell’Fc Kobenhavn, la squadra del cuore.

qvistE’ probabile che Ole si offenderebbe ad essere etichettato un nonnetto arzillo, del resto ha solo 67 anni e possiede la fortuna di vivere in una delle città più belle al mondo, dove tutto funziona con armonia e dove a sostituire il pallido sole ci pensa il calore genuino delle persone. Nella capitale danese l’immagine idilliaca delle casette di legno rosse rimane intatta. A queste latitudini si parla ancora di design, di musica, di volvo, dei mattoncini del lego, di matrimoni reali, di pippi calzelunghe e di libertà sessuale. Lo sviluppo di Copenhagen è dipeso talvolta dall’impegno messo in atto dai suoi abitanti, ma anche dalla materialità stessa della città, dalla sintassi della sua memoria e della sua fisicità.

E’ stato bello giocare sul confine di una verità da rivelare, ma alla lunga qualsiasi gioco tende a esasperare, anche il lettore più attento e disinvolto. A Ole il poliziotto aggiungo il cognome, Qvist, e un secondo lavoro, portiere di calcio. Sistemo un altro indizio: numero uno della nazionale danese. E siccome siamo in vena di confessioni chiudo così la frase: Ole Qvist ha difeso il fortino scandinavo in 39 circostanze, ha giocato gli Europei del 1984 in Francia, quelli che mostrarono al mondo del pallone la forza d’urto della “Danish Dinamite“, una miscela esplosiva di talento e vigoria atletica. Era la Danimarca di Elkiaer, Miki Laudrup, Bergreen, Lerby, Morten e Jesper Olsen, di Arnesen e di Sivebaek, di Busk, dell’elettricista Ivan Nielsen e del Pallone d’Oro Sorensen. All’euro-francese i danesi frantumarono Jugoslavia e Belgio, per poi cadere, solo ai rigori, di fronte alla Spagna in semifinale. Due anni dopo, ai mondiali messicani, furono fuochi pirotecnici contro Scozia, Uruguay (umiliato 6 a 1) e Germania.

Poi la cicala cedette il passo alla formica-killer Butragueno in un inverosimile pomeriggio a Queretaro. “Una grande Danimarca – ricorda Qvist – ma con il problema del portiere. E non ho alcun fastidio nel fare autocritica”. Ole, poliziotto a tempo pieno, e titolare della maglia del defunto Kjobenhavns Boldklub, oggi Fc Kobenhavn, venne scelto da Piontek perché considerato, parole dell’ex ct, “il meno peggio di quella generazione”. Ole non si è mai risentito, rallegrandosi semmai di aver giocato gli Europei. Avrebbe dovuto essere il numero uno anche due anni dopo, in Messico, “ma soffrivo di emicrania a grappolo, una patologia che ha condizionato la mia carriera sportiva. Riuscii ugualmente a partire per la Coppa del Mondo, superando la concorrenza di un giovanissimo ma agguerrito Peter Schmeichel all’epoca nel Hvidovre”. Per la cronaca tra i pali ci finì Troels Rasmussen, oggi impiegato al porto di Aarhus. Dopo la gara d’esordio contro la Scozia, Rasmussen, debilitato dalla dissenteria che ai mondiali messicani non guardò in faccia a nessuno, fu costretto a cedere il testimone non a Qvist, nuovamente alle prese con l’emicrania, ma a Lars Hoegh, la prova vivente di quanto il terzo possa godere nella singolar tenzone tra due litiganti. Ole Qvist non giocò più in nazionale e l’anno successivo, con 37 primavere sulle spalle, si ritirò anche dall’agonismo. Rimase in sella, certamente. In sella alla sua moto d’ordinanza, a scrutare il traffico, regolare e fluido di una città che a volte mette i nervi per quel sentore d’ordine quasi sintetico.

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