Al disoccupato 38enne Kossi Agassa francamente non si poteva chiedere molto di più. L’avevo scritto in tempi non sospetti, indossando i panni del “Bracconiere di Storie”. Kossi è un portiere con un grande avvenire… alle spalle. Oggi Kossi (che in lingua ewé significa “nato di domenica”) ha 38 anni, è disoccupato dal 2011, si allena in Normandia con i dilettanti del Granville, e in Francia, patria di adozione, ha difeso la porta (ma spesso anche la panchina) di Metz e Reims. Considerarlo il responsabile della sconfitta contro il Marocco, e devastare la sua abitazione a Lomé, è come voler sparare sulla croce rossa. Kossi ha guidato la difesa degli sparvieri nella Coppa d’Africa del Gabon senza aver disputato una partita vera da oltre 2mila giorni. Sono state le tre presenze ai mondiali tedeschi del 2006 ad aver cavato un solco incolmabile tra lui e gli altri. Ma non è bastato.

In anni passati, ai tempi della kermesse iridata in Germania, Kossi Agassa era il fulgido esempio di Madre Africa alla riscossa. Di lampi di anarchia in un calcio che attendeva, e che attende, con sfibrante inquietudine la speranza nera. Che sogna una Coppa del Mondo sollevata al cielo da mani affrancate da catene e colonialismo. Neppure la fantascienza più sfacciata avrebbe potuto pronosticare il minuscolo Togo in cima all’iride ai Mondiali di Germania. In effetti la squadra del tedesco Otto Pfister tornò a casa senza lo straccio di un punto. Travolta più dalla querelle sui premi partita che dalle sconfitte contro Corea del Sud, Svizzera e Francia. Gli sparvieri però misero in vetrina quello che allora poteva essere il successore più attendibile di N’Kono. Kossi Agassa. Niente tuta, ma due vistosi anelli ai lobi delle orecchie. L’eroe che non ti aspetti, che non trovi sull’album delle figurine. Una carriera da eterna riserva. Una vita da panchinaro. Centonovantaquattro centimetri sottratti al basket, la prima grande passione. Fino a quando, per le strade di Lomè, tra povertà dilagante e un pallone di stracci, scoprì la sua vera vocazione. Quella del portiere.

Iniziò nell’Etoile Filante, il Real Madrid togolese. A vent’anni era già in Nazionale. Nel 2002 firmò con l’Africa Sport di Abidjan, semiprofessionismo ivoriano, ma soprattutto qualche soldo in tasca. Un anno dopo arrivò l’offerta del Metz. Avrebbe dovuto essere il preludio al successo. Il prologo di una corsa che porta alla celebrità. Ma fu solo l’inizio dell’anonimato. L’incipit del riposo forzato. Appoggiando le terga su una panca di legno. Osservando le partite come un abbonato dalla tribuna. Aspettando un bagliore propizio, che non arrivò mai. Come per un attore del teatro dell’assurdo che recita Godot di Samuel Beckett, senza provare turbamento nel gufare alle spalle del collega di turno. Per Kossi la maglia del Togo ha sempre posseduto i contorni di un’isola felice. Se non altro per rimuovere la ruggine da muscoli e articolazioni. Per sentirsi atleta a tutti gli effetti.

Togo, una striscia di terra che sulle cartine geografiche appare non più larga di una matita. Accarezzata dalle acque del golfo di Guinea, il famigerato golfo degli schiavi. La maison des esclaves. Manodopera a costo zero. Deportazioni di massa nel nuovo mondo. Ferro alle caviglie nere. Corpi pigiati nelle stive di navi negriere. “Quando arriveremo, dove arriveremo mai”, cantava struggente Silvia Salemi. Una vergogna senza tempo. Una lacerazione che l’incalzare dei secoli non è riuscita a cicatrizzare del tutto. Meno male che c’è lo sport. Ha il morbido gusto della rivincita, il delicato sapore della riscossa. Ma la qualificazione ai Mondiali è un castello di carte innalzato tra le nuvole. Un soffio di vento e patatrac, può crollare tutto. Servirebbe un miracolo. Servirebbe far spesa al Marché des Fèticheurs, il mercato dei feticci. Esclusiva boutique della stregoneria di Lomè. Gris-gris e sonagli griffati. Per risvegliare gli spiriti. Per conquistarsi il favore gli dei. Per condizionare gli avversari.

Al Togo non servirono certe arzigogolate alchimie, bastò il talento dello sciamano Kossi Agassa. Muscoli, acrobazie e funambolismo. Agile come una pantera, solido e maestoso come un albero di kapok. Sembrava un’impresa temeraria. Ma partita dopo partita, vittoria dopo vittoria, anche i più scettici furono costretti a fare ammenda. Amuleti chiusi in uno sgabuzzino. Ci pensa Kossi. Sbarra gli assalti del Senegal, dello Zambia e della Liberia. Prenota il viaggio in Germania. Da non credere. Dalla naftalina all’altare. Qualcuno a Metz avrebbe dovuto recitare il mea culpa. Fu lui l’eroe, il paladino di un popolo alla riscossa. Di una stirpe abusata per troppi secoli, dagli schiavisti, dagli imperialisti tedeschi, francesi e britannici. Kossi diventa “Magic Hands”. Mani magiche. Per troppo tempo inoperose. Sacrificate da allenatori miopi e ottusi. Dopo la kermesse tedesca le quotazioni di Kossi Agassa si impennarono. Eppure l’unica offerta concreta la avanzò l’Hércules di Alicante. Non è nobiltà, ma in ogni modo la sala d’aspetto di prima classe della Liga spagnola. Un minuscolo risarcimento dopo anni di panchina nel Metz. Che per la cronaca l’aveva già scaricato prima dei Mondiali. Tuttavia il percorso sportivo del numero 1 togolese è stato perennemente appeso a un filo. Burocrazia che sfodera la spada di Damocle. Che non consente a Kossi di ottenere un regolare permesso di lavoro.

In Togo non c’è un’ambasciata spagnola. Quella più vicina è ad Accra, la capitale del Ghana. A tre ore d’auto da Lomè. Tra documenti che non si trovano, che non esistono. Fax che non partono. Telefoni che squillano a vuoto. L’Hércules, esasperato dall’attesa interminabile, ci mette una pezza. Esibendo un visto turistico. Sventolando un pezzo di carta che consentì al kapok di ergersi maestoso ad Alicante. Nella Ciudad de la Luz, la Federcalcio iberica chiuse un occhio. Anzi, forse li chiuse entrambi. Ma l’espediente che permise a Kossi di giocare nel club di Alicante, di alimentare speranze e ambizioni, fece il giro del pianeta. “El caso Kossi”, titolò la stampa spagnola. L’ombra del razzismo sempre in agguato, si sbilanciarono i cronisti. Metz-Alicante. Nulla di nuovo sotto il sole. Imbarazzismi e tolleranza zero. Come ai tempi dei barconi che salpavano da Lomè. Per Kossi Agassa fu la sfida più gravosa. Spezzare le catene dell’ignoranza. Abbattere il muro dell’inciviltà. Purtroppo, a distanza di una decina di anni, l’unico muro che hanno tentato di abbattere è stato quello di casa sua, nella febbricitante Lomé.



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