La pupilla si fonde con l’iride. Un particolare più unico che raro che rende la bambina indistinguibile anche se le tagliassero i capelli o glieli tingessero. La pupilla di Madeleine McCann è avvolta nel mistero almeno quanto la sua scomparsa. Aveva solo quattro anni quando venne inghiottita nel nulla la sera del 3 maggio 2007 a Praia Da Luz, località turistica dell’Algarve in cui soggiornava con i genitori e i due fratellini minori.

Apparentemente Maddie e Rory Fallon, 35enne attaccante neozelandese, sembrano collocati agli antipodi, privi di corrispondenze, ma le apparenze a volte ingannano come sostiene il regista francese Francis Veber. La convergenza è nella data, la simmetria è racchiusa nelle circostanze di una vicenda umana che ne innesca un’altra. E’ lo stesso Fallon ad ammettere senza indugi che “se sono diventato un calciatore di buon livello fino a indossare la maglia della nazionale è tutto merito di Maddie. La sua storia mi ha fatto conoscere Dio, ritrovare la retta via, amare il prossimo e credere in me stesso”.

Nei giorni in cui si consumava una delle vicende più cupe e controverse della cronaca nera recente Rory Fallon e la sua compagna Carly si trovavano in vacanza a Santa Cruz de Tenerife. Vennero a conoscenza della storia da quel televisore che continuava a mandare in onda la foto del gracile angelo biondo scomparso in Portogallo, e qualcosa cambiò radicalmente nel loro animo. “Fino a quel momento ero ateo, ma improvvisamente ho sentito il bisogno di entrare in una chiesa e pregare per Maddie e per me. E’ stata una folgorazione”. Che ha scosso anche una carriera priva di acuti in Inghilterra. Il globetrotter neozelandese, scaricato senza troppi ripensamenti da Shrewsbury, Swindon, Yeovil e Swansea, terre di mezzo è risorto nel Plymouth Argyle dell’ex cecchino Paul Mariner (squadra che fu anche del monumentale Peter Shilton) fino a conquistare un posto nella nazionale degli All Whites, soprannome che fa il verso benevolo ai maori “tutti neri” del rugby. La storia inglese menziona spesso Plymouth. Fu infatti da questo porto nel sud ovest dell’Inghilterra che salpò il Mayflower, nel 1620, con a bordo i Padri Pellegrini, diretti verso il Nuovo Mondo, il primo nucleo dei futuri Stati Uniti. Fallon invece qui ci è approdato per conoscere il nuovo mondo del calcio, percorrendo quasi ventimila chilometri dal suo paese di origine. “Per poi scoprire – ricorda – che il più incredibile viaggio della mia vita si è concretizzato nello spazio che dall’albergo di Santa Cruz portava alla chiesa di Nuestra Señora Del Pilar”. Il primo gol con la Nuova Zelanda è arrivato alla terza partita ufficiale, non una gara qualsiasi ma quella col Bahrain. Fallon ha gonfiato la rete con un chirurgico colpo di testa regalando alla sua squadra la storica qualificazione alla Coppa del Mondo del 2010, dopo 28 anni di astinenza. Innescando anche la gioia di suo padre Kevin, che nel 1982, ai tempi della prima apparizione neozelandese in Coppa del Mondo, era assistente del ct John Adshead. Rory all’epoca dei mondiali iberici aveva pochi mesi, ma è concorde nell’affermare che la selezione oceanica non era affatto da buttar via: “Wynton Rufer, una vita nel Werder Brema, resta il simbolo del soccer, ma c’erano tanti giovani che praticavano il calcio quasi da dilettanti, ma con tecnica tutt’altro che da buttare via. Penso a Steve Wooddin, un buon centravanti e anche uno dei pochi professionisti, e al playmaker Steve Sumner”. Arrivarono tre sconfitte piuttosto severe in altrettante partite, ma va anche detto che era un girone tra i più complicati, con Brasile, Unione Sovietica e Scozia. La Nuova Zelanda provò a non sfigurare puntando sull’agonismo per sopperire agli evidenti limiti tecnici. “Per gli sportivi del mio paese resta in ogni caso una squadra speciale”. Un po’ come quella di Fallon, che nel 2010 bloccò sul pareggio l’Italia campione del mondo, ma anche Paraguay e Slovacchia. “Tornammo a casa imbattuti, un vero peccato”.

Nel frattempo il mistero sulla sorte di Madeleine McCann purtroppo non è stato risolto e Fallon è sceso fino alla sesta divisione del campionato inglese, giocando per il Truro City (National League South), pur di non perdere quello che lui considera l’ultimo treno della carriera: la Confederation Cup in Russia. “Io mi metto a disposizione del ct Tony Houdson, Sono un giocatore al servizio del gruppo. Discretamente veloce, posso giocare da seconda punta, ma anche come centrocampista offensivo. Dipende dalle necessità dell’allenatore. Chiudere la mia parabola sportiva affrontando Russia, Messico e Portogallo sarebbe davvero un sogno meraviglioso”.



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