Sono stato di recente in Marocco, e sfogliando qualche giornale locale in lingua francese (in arabo sarebbe stato per me impossibile) ho scoperto che Aziz Bouderbala è il direttore sportivo della nazionale che parteciperà ai mondiali di Mosca. Il suo nome ai più giovani dirà davvero poco, ma chi condivide con me qualche filamento bianco nella barba e nei capelli ha più o meno (o perfettamente) inquadrato il personaggio. E trovo persino propedeutico che la Millennial Generation (mi sembra che venga definita così) conosca la storia di questo straordinario ex calciatore.

Allora iniziamo il viaggio da Marrakech, la città del disordine organizzato che ti sorprende, ti seduce, ti ubriaca di luci e colori e che ti entra nel cuore allo stesso modo di uno splendido amplesso consumato. Il disordine organizzato è ovunque, soprattutto nella piazza Djema el-Fna, la piazza dell’impiccato, che pullula di vita, di provocazioni e di mestieri come nessun altro posto al mondo. Il cuore del suq (facile ricordarlo, ci sono appena tornato) è un caleidoscopio di voci e di odori, una tavolozza di emozioni degna di un ottovolante. Quando i commercianti capiscono che sono italiano diventa immediato per loro attirare la mia attenzione, per mostrare la loro mercanzia, chiamandomi con il nome di qualche calciatore nostrano famoso: da Totti, a Del Piero passando per Buffon. Di recente si è aggiunto Balotelli. Io però riesco a sorprenderli, rispondendo “Bouderbala” e li mando in tilt. I loro occhi si illuminano, si sentono lusingati. Bouderbala è una sorta di lasciapassare che ti permette di entrare nel loro mondo, di far parte delle loro confidenze, di diventare maghrebino d’adozione.

Aziz Bouderbala, oggi 58enne, è originario di Casablanca ed è stato professionista soprattutto in Svizzera nel Sion. Giocava all’ala e nel dribbling sapeva mettere in crisi qualsiasi avversario. Nella primavera del 1986, qualche settimana prima che si disputassero i mondiali in Messico, Aziz si ruppe il menisco durante uno scontro di gioco. Un mesto addio alla Coppa del Mondo? Neppure per sogno. “Io sono marocchino – mi raccontò nel corso di un’intervista che raccolsi a Zurigo – certe opportunità si presentano una sola volta nella vita. E bisogna saperle cogliere. Non potevo tirarmi indietro e perdere la più grande festa dello sport”.

Aziz strinse i denti, si imbottì di antidolorifici e giocò. L’immagine di quel ginocchio sinistro fasciato e martoriato che a fine gara si gonfiava come un melone fece il giro del mondo. Sembrava che nel dolore trovasse l’energia in più, benefica nel sovrastare gli avversari. Per la cronaca Bouderbala non vestì i panni della comparsa claudicante, ma fu il leader di un Marocco che si spinse fino agli ottavi di finale (eliminato dalla Germania Ovest) dopo aver fatto fuori Inghilterra, Polonia e Portogallo. Talmente virtuoso il ragazzo da stregare Luciano Tessari, in missione messicana per conto di Liedholm e del Milan. Bouderbala però non se la sentì di lasciare il piccolo Sion. “All’epoca noi marocchini non avevamo una mentalità da professionisti. Giocavamo per il piacere di farlo. Giocavamo per le strade, ovunque, senza pensare al denaro”. Se avesse firmato per i rossoneri probabilmente non sarebbe nata la leggenda di Gullit, ma è anche vero che Sliding Doors è solo un film e noi non potremo mai avere la controprova.



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