“Quién es Zelada?”. Una domanda, un mantra, un ritornello per irridere gli avversari: dalla Corea del Sud dei picchiatori alla Germania Ovest tutta fosforo plasmata da Franz Beckenbauer.

“Quién es Zelada?”, se lo domandavano un po’ tutti ai mondiali messicani, i tifosi dell’Argentina, i giornalisti dell’Argentina, i calciatori dell’Argentina, Diego Armando Maradona dell’Argentina. Hector Zelada ha sollevato al cielo la coppa del mondo allo stadio Azteca, ha scolpito il suo nome nell’iride senza aver mai giocato un solo minuto con la casacca dell’Argentina, senza essere mai stato convocato prima della kermesse messicana, vivendo la condizione del quasi debuttante, sapendo perfettamente di essere rottamato dopo l’orgasmica festa post mondiale.

Bene, a questo punto riavvolgo il nastro. Carlos Bilardo, che diventò allenatore dell’Albiceleste nel 1983 (dopo i disastri spagnoli di Menotti), aveva in mente di ricostruire la nazionale attorno a tre calciatori: Fillol, Passarella e Maradona. Tutto il resto “el narigón” lo annoverava tra le varie ed eventuali. Quando però il ct se ne uscì con la dichiarazione “Maradona sarà il capitano dell’Argentina” accadde l’imponderabile. Passarella si infuriò al punto tale da abbandonare, con la scusa della dissenteria, la squadra alla vigilia della kermesse iridata, non riconoscendo l’autorità del Pibe. Pato Fillol, il miglior portiere argentino, campione del mondo nel 1978, e tra i migliori interpreti del pianeta in quel momento, prese le difese di Passarella, e Bilardo, a pochi mesi dalla trasferta messicana, decise di non chiamarlo più. “El titular tiene que ser Fillol“, tuonò la leggenda vivente Hugo Gatti, ma il suo appello cadde nel vuoto. A sfidarsi per una maglia da titolare sarebbero stati Nery Pumpido del River Plate e Luis Islas, in forza all’Estudiantes. Di sicuro Islas era più esperto, reattivo e talentuoso di Pumpido, ma l’estremo difensore originario di Santa Fè godeva della stima incondizionata di Maradona, e titolare fu. Bilardo aveva bisogno di un terzo portiere, e iniziò a sondare Falcioni, Lanari e Vidallè, quanto di meglio passasse in quel momento il torneo nazionale. Ma è proprio a questo punto che entra in scena tal Emilio Diez Barroso. Il plenipotenziario presidente dell’America di Città del Messico telefonò all’allora boss della federcalcio di Buenos Aires, Julio Grondona, e senza tanti giri di parole offrì a titolo gratuito la struttura sportiva e i campi d’allenamento all’Argentina, “in cambio chiedo che il mio portiere, Hector Miguel Zelada, argentino, venga convocato in nazionale”. Ed è quanto accadde.

Del resto Zelada, cresciuto in patria nel Rosario Central, non era affatto un figurante, anzi, era riuscito a costruirsi una carriera ricca di trofei nell’America, diventando l’idolo della tifoseria locale, ma non aveva di certo i numeri per giocare nell’Argentina. “Più che un calciatore di quel gruppo mi sentivo la mascotte – racconta oggi, a pochi giorni dal suo sessantesimo compleanno – anche se sapevo che cosa volesse dire festeggiare un trionfo allo stadio Azteca, mi era capitato parecchie volte con la maglia dell’America. I miei nuovi compagni di squadra mi trattarono come uno di loro, forse ero io a sentirmi fuori posto. Però oggi posso dire di essere a tutti gli effetti un campione del mondo. Come tanti altri che non hanno mai giocato un minuto in un mondiale. Mi sono documentato, ce ne sono parecchi”. Come era prevedibile al termine della kermesse Zelada tornò a difendere i pali dell’America, chiudendo la carriera a 33 anni, sempre in Messico, con la casacca dell‘Atlante. Bilardo se ne dimenticò ben presto per innamorarsi, cammin facendo, di Sergio Goycochea, altro uomo da toccata e fuga, ma questa è un’altra storia che forse un giorno racconterò.



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