A 41 anni De Agustini ha deciso che è arrivato il momento di abbandonare la porta e far spazio ai giovani. Negli ultimi quattro anni ha giocato per una formazione di semiprofessionisti di Montevideo, il Deportivo San Jacinto, ma la sua vicenda sportiva e umana è di quelle che, avendo lasciato un segno indelebile, merita di essere raccontata dal “bracconiere”.

Luis De Agustini, uruguayano, classe 1976, è stato un portiere di soddisfacenti doti tecniche e atletiche, non tali però da consentirgli di scalzare la nomenklatura dei guardiani della Celeste, da Carini a Muslera passando per Elduayen e Munua. Luis, però, il suo momento di gloria se l’è ritagliato. Anzi, più che momento è stato almeno un lustro, quello della sua seconda vita a Tripoli, vincendo scudetti con l’Al Ittihad, la squadra di proprietà della famiglia Gheddafi, fino a diventare il portiere della nazionale, con la quale ha persino disputato una Coppa d’Africa. Luis Alejandro De Agustini, uruguayano di Sauce, cittadina famosa per il vino a un tiro di schioppo da Montevideo è stato quindi protagonista di una storia nella quale il seme della follia si è divertito a percorrerla in lungo e in largo. Durante una vacanza in Florida conobbe Saadi Gheddafi, figlio del leader libico. Tra i due nacque una bella amicizia, al punto tale che Luis accettò l’invito di trasferirsi in Libia per giocare nell’Al Ittihad, squadra nella quale Gheddafi jr era presidente, ma anche capitano. E siccome il figlio del Muammar, in barba al conflitto di interessi, era anche presidente della federcalcio di Tripoli, Luis si ritrovò un passaporto nuovo di zecca e la maglia della nazionale, con tanto di fascia da capitano. Tutto questo pur non sapendo pronunciare una sola parola in arabo e senza per altro valere molto più dei tanti portieri locali. “Era il 2002, all’epoca giocavo per il Liverpool di Montevideo. Mi trovavo in soggiorno a Miami e conobbi Saadi Gheddafi a bordo piscina”. Bastarono due partite a calcetto nella stessa squadra, in uno di quei tornei che hanno tanto il sapore di villaggio vacanze, a far scattare nella mente di Saadi un’idea bislacca. “Mi chiese se me la sentivo di raggiungerlo in Libia e giocare nella sua nazionale”. E così con la Libia disputò la Coppa d’Africa in Egitto nel 2006. “Devo ammettere che il gruppo non mi accettò con particolare entusiasmo. I colleghi quasi mai mi rivolsero la parola. Avevo la fama del raccomandato e anche se in campo me la cavai più che dignitosamente per loro rimasi l’amico dei Gheddafi”.

Con l’Al Ittihad vinse due scudetti, poi nel 2007 ritornò in Uruguay. “Oggi lo posso raccontare senza temere conseguenze. Era finita l’amicizia tra me e Saadi. Lui è sempre stata una persona volubile e umorale. Non gli andavo più a genio come amico e un giorno mi fece comunicare dal direttore sportivo che avrei dovuto tornare a casa”. E certi consigli vanno seguiti alla lettera, alla luce della brutalità del regime libico e della famiglia Gheddafi. Ovviamente De Agustini non ha più la cittadinanza libica, soltanto il passaporto inteso come documento. Ma è nulla più di un cimelio. “La cittadinanza mi è stata revocata qualche mese dopo il ritorno a Montevideo”.



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