Arrivederci Oliviero, collega dispari, personaggio scomodo, ma soprattutto giornalista e scrittore libero. Una cosa non ti ho mai “perdonato”, Mundialgate, il libro che scrivesti assieme a Roberto Chiodi sulla presunta combine in Italia-Camerun. Il mio omaggio è racchiuso in questo testo: un frammento dell’incontro a Dax, nel 2008, con Gregoire Mbida, il calciatore che realizzò il pari per gli africani. La tua e la sua versione sono antitetiche, ma è la libertà di pensiero quella che conta. Ci ritroveremo.

Gregoire, 64 anni, vive a Dax, ventimila anime ai piedi dei Pirenei. Città francese famosa più per le tradizioni rugbistiche che per il calcio. Per gli sportivi italiani è anche la tappa risolutiva del calvario di un Marco Pantani ombra di se stesso, che proprio a Dax, il 9 luglio del 2000, smarrì definitivamente il brevetto dello scalatore irresistibile giungendo 39esimo a un traguardo che abbracciava per primo il “grillo” Bettini. Qui Mbida insegna pallone ai ragazzini della squadra locale. Per il disturbo percepisce uno stipendio che gli consente di vivere quasi decorosamente e di ripensare spesso a cosa accadde quel pomeriggio a Vigo. Sono stato a Dax nel settembre del 2008. Gregoire vive in un piccolo bilocale arredato modestamente, con quel senso di disordine che però non irrita e che accomuna gli scapoli di mezzo mondo. Noto che gli oltre venticinque anni di distanza da quel mondiale si sono fatti sentire pesantemente sui suoi tratti. Il viso è molto più rubicondo, le rughe hanno scavato solchi sulla fronte, il cranio che rievoca i paesaggi lunari è ben occultato da un cappellino da baseball. Per il resto è il Gregoire della mia infanzia. Il Gregoire di quel pomeriggio di luglio. Lui in campo, io incollato al televisore, rigorosamente in bianco e nero. Posiziono il registratore sul tavolo in formica della cucina, mentre lui armeggia con i fornelli intento a preparare un caffé imbevibile. Sorride. Sostiene che il mio francese scolastico è comprensibile. Galvanizzato da quell’attestato di stima inizio chiedendo di descrivermi quel gol che fece tremare lo stivale. “I fotogrammi sono tutt’altro che sbiaditi – mi racconta – Abega serve Milla in profondità. Bel controllo e cross per la testa del nostro difensore Aoudou che manca clamorosamente la palla. Vedo Zoff che non si muove, arrivo da dietro e lo anticipo”. L’apoteosi sopraggiunse appena un minuto dopo il vantaggio di Graziani, agevolata da un’incertezza di N’Kono. Qualcuno parlò di combine, suggerendo che l’1 a 1 avrebbe spianato la strada agli azzurri proprio a spese del Camerun. Altri vergarono pagine e libri trasformando una partita di pallone discreta e niente più in una spy story degna di un romanzo di Henning Mankell. Gregoire sorride centellinando il caffé. “Noi africani non abbiamo la mentalità per architettare certi mezzucci. Viviamo sempre alla giornata, improvvisiamo sul momento. Per questo non vinceremo mai un mondiale”. Altro che cospiratori e congiurati. La comitiva che avrebbe dovuto affrontare gli azzurri non aveva nulla da invidiare a un gruppo vacanze, mi racconta. La squadra durante il tragitto dall’albergo allo stadio Balaidos, improvvisò in pullman un’esibizione canora che finì per contagiare anche il ct francese Jean Vincent. “Più che una nazionale di calcio sembravamo scolaretti euforici per la gita al mare. Avevamo cambiato l’allenatore due mesi prima. Sapevamo di avere buoni numeri, ma pensavamo solo a divertirci. L’Italia? Aveva nomi importanti, ma l’unico timore fu per noi vedere tutta quella gente allo stadio. Non eravamo abituati a così tante attenzioni”.



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