Da vent’anni a questa parte Saint Joseph Gadji Celi è una tra le stelle più acclamate della musica dell’Africa nera, idolo indiscutibile in Costa d’Avorio, la sua terra d’origine. Le nouveau clip du “Président”, come viene soprannominato dai fans, spopola nelle top chart africane e viene trasmessa a getto continuo dai principali canali tematici televisivi. Provate a dare un’occhiata, magari intercettando un canale tv in streaming, oppure, più facilmente, digitando su youtube Gadji Celi, e di seguito il titolo del suo ultimo brano, “Ca djo”. Così potreste farvi un’idea di quanta gioia riesca a trasmettere la sua musica, e il brano magari si tramuterà in un significativo frammento sonoro del vostro Capodanno.

Gadji Celi, oggi 55enne, non mi versa sul conto corrente alcuna royalty per quella che solo all’apparenza può sembrare una “marchetta” pubblicitaria. In realtà l’ho estratto dal cilindro per ricordare la sua prima vita professionale, altrettanto carica di successi e di trionfi. Tra il 1980 e il 1993 è stato infatti un calciatore professionista, centrocampista di qualità in Francia nel Seté, ma soprattutto leader della Costa d’Avorio che nel 1992 vinse a Dakar la prima Coppa d’Africa della sua storia. All’epoca Drogba e Yaya Touré portavano ancora i calzoncini corti ed esibivano al massimo il segno distintivo di tutti i bimbi dell’universo: il moccolo al naso. Gadji Celi invece era già il capitano e la colonna portante della squadra diretta da un tecnico locale, Yeo Martial, oggi sparito dalla circolazione, ma per un breve periodo osservatore in Africa per conto del Parma.

Il futuro re della musica black giocava sia sulla fascia destra di centrocampo, che in posizione meno defilata quando Martial disponeva a rombo i soldatini nelle terre di mezzo. I suoi “compagni di merenda” in quell’impresa furono tra gli altri Didier Otokoré, pezzo da novanta dell’Auxerre di Guy Roux, l’acrobatico portiere Alain Gouamené (impegnato in Marocco) e l’attaccante del Monaco Youssouf Fofana. In finale, a Dakar, la vittoria arrivò ai rigori contro il Ghana di Abedi Pelé, dopo che l’interminabile sfida si chiuse senza uno straccio di gol. Il 24 gennaio del 2002, a poche ore di distanza dalla finalissima, le due squadre cenarono assieme nello stesso ristorante, l’Alkimia, nel quartiere di Les Almadies. A raccontarmelo fu l’amico e collega Marco Ansaldo.

Oggi Marco non c’è più, ma non ho smarrito dalla mente la sua espressione divertita nel ricordarmi di quanto il mondo del pallone, un quarto di secolo fa, fosse molto più semplice. Senza steccati, divisioni, e lontano anni luce dall’odierno divismo esasperato delle tante (troppe) pseudo stelle della sfera di cuoio. La cena si concluse nell’euforia collettiva, alimentata dall’alcool, che contagiò i giornalisti presenti e persino i due allenatori, che per il Ghana era il sergente di ferro tedesco Otto Pfister. Toccò a Gadji Celi intonare i canti e a dirigere il coro di “Elefanti” e “Stelle nere”, un primo approccio alla sua seconda pelle, alla nuova carriera che da lì a poco l’avrebbe consacrato anche lontano da un tappeto d’erba verde.



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