Perduta con la morte di Fidel la speranza rivoluzionaria così come era stata intesa fin dai tempi in cui Guevara, il Che, chiedeva le moltiplicazioni dei Vietnam (intese come guerriglia anti-Usa), la pazienza (per non parlare dell’entusiasmo) delle masse a Cuba è sempre più lontana dalla sopravvivenza. Detto questo, ho deciso di parlare della Cuba sportiva meno nota. Facile tessere le lodi di un passaggio divino (ma ateo) attraverso la storia di Sotomayor, Juantorena, Stevenson o Despaigne, più difficile, quasi di nicchia, raccontare le gesta del pallone, sport non molto apprezzato dal castrismo, legato, e qui sta il paradosso, al baseball degli odiati yankee.
Cuba e il calcio vivono, ad oggi, quasi in via esclusiva sulle ali dell’avventura alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Siamo in piena guerra fredda, e gli Stati Uniti boicottano i giochi benedetti da Breznev, fresco di invasione dell’Afghanistan. Accadrà la stessa cosa quattro anni dopo, a schieramenti opposti, a Los Angeles. Guerra più o meno fredda, Cuba non solo si qualifica alla kermesse a cinque cerchi, ma sfiora persino il podio, pur essendo a digiuno di qualsiasi esperienza e malizia internazionale. Il cammino vede i caraibici, esaltati dall’atmosfera comunista di Leningrado e Mosca, superare 1 a 0 lo Zambia, 2 a 1 il Venezuela, per poi crollare (a qualificazione ottenuta), contro la straripante Unione Sovietica di Dasaev, Bessonov e dell’implacabile fromboliere Sergey Andreyev per 0 a 8. Nei quarti arriva il ko con la Cecoslovacchia, la squadra che vincerà la medaglia d’oro, chiudendo il periodo di massimo splendore iniziato quattro anni prima con il trionfo agli Europei di Belgrado.
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Tornando a Cuba, calciatori come il centrocampista Regino Delgado, il portiere Francisco Reinoso, il centrale Luis Dreke o il fantasista Andres Roldán, avrebbero potuto trovare facile ingaggio in Europa se non ci fosse stato il veto all’espatrio e al professionismo imposto dall’Avana.
Di quella selezione cubana voglio però ricordare soprattutto l’alchimista, l’ungherese Tibor Ivanics. Guidò più volte sia la nazionale che il centro di reclutamento delle giovani promesse dopo un accordo di collaborazione con Budapest firmato da Castro e dall’allora premier Gyorgy Lazar. Fu Ivanics in persona a chiedere al ministero dello sport di poter lavorare nell’isola caraibica. “Ero un sognatore, un romantico e Cuba per la mia generazione rappresentava davvero molto. Il castrismo regalava un consenso spirituale delle masse impoverite e un impulso possibilista per far fronte all’offensiva del capitalismo”. Ivanics, fedele alla sua ideologia, lavorò in cambio di vitto, alloggio e di un piccolo rimborso. Rientrò in Ungheria nel 1982, dove da quel momento iniziò a scrivere saggi sullo sport nei paesi del comunismo, e a tenere corsi nelle più rinomate università dell’Est prima, ovviamente, della caduta del Muro di Berlino.
Di sicuro la storia di una guerra fredda, ai quaranta gradi all’ombra di un’Avana degli Spiriti, continua a mantenere intatto il suo fascino. Due anni fa Ivanics è morto 78enne, con un trafiletto di poche righe a ricordarne le gesta. Occultate e tenute a distanza di sicurezza da Orban e dai suoi accoliti, politicamente agli antipodi da qualsiasi rivoluzione benedetta dal Che e dai sigari.


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