“Noi eravamo i mujaheddin, loro i cowboys. Però in un campo di calcio le distinzioni sono soltanto cromatiche. Noi indossavamo la casacca rossa, loro quella quella bianca. Era una partita di calcio, ma ha cambiato la mia vita.

Hameed Estili ha smesso da dodici anni di tirare calci a un pallone, nel frattempo ha scoperto la passione per la politica e si era persino candidato alle elezioni iraniane del febbraio di un anno fa. Il sogno di ottenere uno scranno al majlis (il parlamento) nel gruppo dei Riformisti, nato sulle ceneri del movimento di protesta Onda Verde, è rimasto tale. Spera comunque di assistere alla nascita di un Iran moderno, lontano dalle manipolazioni di Khamenei e Rohani che continuano a sfidarsi in un braccio di ferro politico-religioso solo per ottenere visibilità sui media internazionali. Hameed è una sorta di eroe popolare: è stato il centravanti della nazionale di calcio che ai mondiali di Francia del 1998 condannò gli Stati Uniti alla sconfitta in una gara che di sportivo aveva ben poco. Un colpo di testa preciso e chirurgico che scavalca il portiere americano Keller, la palla che gonfia la rete, Hameed che corre e piange come un bambino. “Corro e vado ad abbracciare il nostro allenatore Jalal Talebi. In pochi sanno che pur essendo nato a Teheran, all’epoca viveva a Stanford, in California, dove gestiva con la moglie un salone di bellezza”. Andate a spiegarlo a Trump…

Per Hameed esiste un’ipocrisia di fondo che l’Iran, a distanza di tanti anni, non è riuscito o non ha voluto cancellare. “Il mio Paese deve fare grossi passi in avanti per dirsi davvero un Paese aperto. Estremismo religioso e impostazioni medievali sono all’ordine del giorno”. Non nega che Teheran sia una città ormai accostabile alle metropoli occidentali, “ma è soltanto la capitale. Ci sono 8 milioni di persone, d’accordo. Ma gli altri 72 milioni voi sapete come vivono davvero? L’oscurantismo si è concluso per un iraniano su dieci.

Teheran è lo specchietto per le allodole, propaganda e tanta facciata: come il regista Panahi che venne scarcerato dopo che il suo film sulle ragazze che non possono entrare allo stadio fu proiettato in Europa e negli Stati Uniti. Ancora una volta la sfera di cuoio che diventa file rouge per raccontare la storia di una nazione che viaggia, di proposito, a due velocità. “Che finge di essersi modernizzata, ma che fuori Teheran impone il velo e ogni genere di restrizione alle donne”. Sul gol della vita agli americani taglia corto. “Dopo i mondiali l’Austria Vienna mi offrì un contratto, ma il vicepresidente Mashaei mi fece sequestrare il passaporto. Adesso abbiamo persino un preparatore atletico del Connecticut, solo per far contenta la Fifa e raccogliere qualche contributo in più.



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