Per milioni di appassionati di pallone Thomas N’Kono è (e resterà) il totem dei portieri africani. Comparve, per la prima volta in mondovisione, in un pomeriggio assolato a La Coruña, ai mondiali di Spagna 82, quando il suo Camerun riuscì a bloccare sul pareggio (0 a 0), un Perù tutt’altro che arrendevole. Qualcuno sorrise nel vedere il gigante d’ebano (anche se in realtà è alto 182 cm) che indossava i pantaloni della tuta in piena estate. Non era solo una questione di differenze climatiche tra i 36 gradi di Yaoundé e i 24 in Galizia, ma anche di scaramanzia.

Non a caso nel 2002 N’Kono venne persino arrestato in campo a Bamako dalla polizia del Mali mentre tentava di sistemare un amuleto sul terreno di gioco prima della gara tra i padroni di casa e il Camerun.
N’Kono il totem vivente, il principio (senza dimenticare i precedenti di Kazadi e dei 2 metri 2 del nigeriano Okala), poi tanti figli e figliastri, fino ad arrivare all’imminente Coppa d’Africa in Gabon. Ed è proprio sul torneo continentale che vorrei fare un paio di riflessioni a proposito di altrettanti numeri uno. Mi sorprende, ma fino a un certo punto, la scelta di Claude Leroy, stregone bianco oggi al capezzale del Togo, di convocare Kossi Agassa. Si tratta di un portiere con un grande avvenire… alle spalle.

Oggi Kossi (che in lingua ewé significa “nato di domenica”) ha 38 anni, è disoccupato dal 2011, si allena in Normandia con i dilettanti del Granville, e in Francia, patria di adozione, ha difeso la porta (ma spesso anche la panchina) di Metz e Reims. Leroy non si fida dei giovani interpreti, l’unico decoroso, Kodjovi Obilale, oggi vive su una sedia a rotelle dopo essere rimasto gravemente ferito a Cabinda, in Angola. Località dove esattamente sei anni fa il pullman su cui viaggiava il Togo venne preso d’assalto da un gruppo armato di guerriglieri. Due persone furono uccise e una pallotta maledetta si conficcò nella schiena dello sfortunato Obilale. Kossi quindi guiderà la difesa degli sparvieri senza aver disputato una partita vera da oltre 2mila giorni, ma le tre presenze ai mondiali tedeschi del 2006 hanno scavato un solco incolmabile tra lui e gli altri.

La seconda riflessione mi porta dalle parti dell’Uganda, un tempo famosa per i suoi splendidi gorilla bianchi di montagna e per la bizzarra (e delittuosa) presidenza del cannibale Amin Dada (a proposito, la pellicola l’Ultimo re di Scozia con Forest Whitaker meriterebbe un’occhiata). Oggi l’Uganda riesce a dire la sua anche nel pallone, grazie soprattutto alle gesta di Denis Onyango, 31 anni, eletto da pochi giorni miglior portiere del continente nero. Ha vinto la Champions League africana con i Mamelodi Sundowns del Sudafrica, ma, la cosa che maggiormente salta all’occhio nella sua carriera riguarda la totale assenza di esperienze in Europa. Onyango ha giocato in patria, persino in Etiopia, e oggi a Pretoria. Nessuno si è mai accorto di lui, o forse, stiamo parlando dell’ennesimo erede, sulla fiducia, di Thomas N’Kono. La Coppa d’Africa gabonese forse scioglierà dubbi e riserve.



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