A un mese dalla Coppa d’Africa il Camerun ha diramato una lista di soldatini per la chiamata alle armi in Gabon. E’ una squadra molto sperimentale, quasi come il comandante che guiderà la spedizione. Del resto la singolare condizione della cavia ha regalato a Hugo Broos una notorietà inaspettata. Oggi l’ex difensore del Bruges ha 64 anni, dirige con spirito belluino i Leoni Indomabili dopo aver guidato l’associazione allenatori del Belgio, battendosi contro l’ingresso indiscriminato di olandesi che “stanno togliendo il pane dalla bocca ai nostri tecnici. Bravi, ma disoccupati“.
Nell’autunno del 1985 accadde qualcosa che cambiò, in positivo, la sua traiettoria sportiva. “Avevo 34 anni e non giocavo in nazionale addirittura dal 1979. In effetti c’erano colleghi più bravi di me in quel ruolo, uno su tutti Luc Millecamps“. Una sera arrivò la telefonata del ct belga Guy Thys, con una proposta che Broos considerò inizialmente strampalata. “Siccome i mondiali in Messico si sarebbero giocati in altura, lui e il suo staff si sarebbero recati nella capitale e a Toluca per saggiare le condizioni climatiche. Avevano bisogno di un calciatore che fosse ancora in attività, ma non giovanissimo, per monitorare le reazioni, la fatica muscolare e la capacità di recupero”. In poche parole Guy Thys stava cercando una cavia. Broos si mise a ridere, ma accettò di buon grado e per due settimane rimase in Messico a farsi analizzare come uno di quei topolini bianchi nelle gabbie. “Mi sembrava davvero tutto così strano, ma ero felice all’idea di rendere un servizio alla mia nazione, anche se ormai la maglia dei Diables Rouges per me era diventata un ricordo“. Il resto della storia la raccontò il compianto Thys, scomparso nel 2003. “Broos aveva una tenuta fisica davvero invidiabile nonostante avesse passato da un pezzo i suoi anni migliori. Sembrava temprato nell’acciaio, recuperava dalla fatica dovuta alla rarefazione dell’aria con rapidità sorprendente. L’idea di richiamarlo in nazionale divenne quasi immediata. Se non altro sapeva che cosa l’attendeva a 2.700 metri d’altitudine“.
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Broos venne puntualmente convocato e nel corso della Coppa del Mondo ebbe modo di scendere in campo in tre delle sette gare disputate dal sorprendente Belgio. “Non era facilissimo trovare spazio con gente come De Mol, Gerets o De Wolf, atleti dai muscoli guizzanti e con una carta d’identità non certo impietosa come la mia. Eppure mi sono difeso bene”. L’esordio non fu proprio trionfale, contro i padroni di casa del Messico. La gara si conclude con una sconfitta, favorita dallo stesso Broos che in occasione del 2 a 0 si perse Hugo Sanchez. Non giocò contro l’Iraq, per prendere poi il posto dell’ex milanista Gerets, squalificato, nella sfida pareggiata col Paraguay. Gara disputata senza sbavature. Negli ottavi di finale contro l’Unione Sovietica Gerets si riprese il posto, ma nei quarti “la cavia” tornò in gioco in maniera singolare. “Affrontavamo la Spagna e la partita si stava avviando ai rigori. Thys mi disse di entrare in campo, conoscendo la mia freddezza dal dischetto”. Ed è quello che accade: Broos subentrò all’attaccante Veyt e nella lotteria dagli undici metri non ebbe difficoltà a superare Zubizarreta, regalando una storica semifinale ai Diavoli. In quel momento si chiuse la sua avventura iridata: posò le terga in panchina con l’Argentina di Maradona e nella finale di consolazione contro la Francia orfana di Platini. “Avevo fatto il mio dovere, come un bravo soldatino. Thys mi chiese se me la sentivo di giocare con i francesi, ma in tutta onestà iniziavo davvero ad accusare il peso degli anni e in altura, credetemi, non è una passeggiata. Al mio posto andò Leo van der Elst, che era mio compagno nel Bruges. Meritava anche lui il suo momento di gloria”.
Con il mondiale calò il sipario dell’avventura in nazionale di Broos: in tutto 24 presenze, quasi tutte tra il 1972, data del suo esordio ai tempi della gestione del monumentale Raymond Goethals, e il 1979. Anche se “da vecchietto ho raccolto le soddisfazioni migliori – ci tiene a sottolineare – e ora che sono ancora più avanti con gli anni, magari riesco a trionfare con il Camerun. Non abbiamo nomi altisonanti, ma in Gabon venderemo cara la pelle“. La pelle dei leoni di Yaoundè.
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