“Due finali di un mondiale si possono anche perdere, però sapere arrivare fino in fondo è un merito. Per questo ammetto di non aver rimpianti”. Peter Briegel è una persona senza fronzoli, uno che bada al sodo, e nel suo carattere è racchiusa l’essenza della traiettoria sportiva. Decatleta nel fisico e nella pratica, si è sempre disimpegnato da soldatino senza macchia né paura: macinando chilometri, spegnendo l’ardore di avversari in vena di prodezze, diventando, all’occorrenza, anche uomo squadra, sia nella nazionale tedesca che nelle tappe a Kaiserslautern, Verona e Sampdoria.

Oggi Briegel, 61 anni, e una discreta carriera da allenatore, ha detto basta col pallone e si sta dedicando alle iniziative umanitarie. “In Germania trascorro poco tempo, vivo per di più in Messico. Ho fondato nel 2008 una fondazione che si chiama Asistencia Educativa. Mi occupo con mia moglie Petra di bambini di strada, di ragazzini disadattati, di giovani vite che togliamo letteralmente dal degrado e dalle discariche”. Non è solo un biglietto da visita, ma una ragione di vita. Un sogno accarezzato da quasi trent’anni. “Tutto accadde in Messico, quando con la Germania, all’epoca Ovest, partecipai alla Coppa del Mondo. Girando un po’ per Queretaro e Monterrey rimasi davvero sconcertato dalle sacche di povertà. Giocavamo in stadi che sembravano palazzi lussuosi e a pochi passi c’era la miseria più nera. In quel momento ho promesso a me stesso che avrei fatto qualcosa appena possibile”. Briegel dirige di persona il centro logistico a Città del Messico, occupandosi di tutto assieme a un sacerdote del posto. “Padre Roberto è la fede in persona e i volontari messicani sono persone dotate di grande umanità. Devo dire che anche i tedeschi non scherzano. La raccolta di fondi avviene anche organizzando partite di pallone con i veterani della mia nazionale”. All’appello hanno risposto Berthold, il portiere Tony Schumacher, ma anche i vari Allofs, Jakobs e Förster. “A volte basta davvero poco per regalare un sorriso e una condizione di vita migliore”.

Inevitabile spostare gli orizzonti dal sociale al pallone. Dopo lo scudetto italiano col Verona, che Briegel definisce “qualcosa che somiglia a un capolavoro”, il muscolare centrocampista di Rodenbach nel luglio del 1986 firmò per la Sampdoria, che lo acquisto per 4 miliardi di vecchie lire. “Arrivai a Genova in condizioni disastrose, ma evitai di raccontare della mia precaria situazione di salute. Ero reduce dal mondiale messicano, dove avevo contratto un virus intestinale e perso quasi 7 chili. L’aria di mare evidentemente mi rigenerò”. Dopo due anni di Samp, e 33 primavere sulla carta d’identità, decise un po’ a sorpresa di lasciare. “Sono sempre stato ammirato e invidiato per la muscolatura, ma proprio perché era così vigorosa al tempo stesso faticavo più degli altri a riprendermi dopo un infortunio”. Sulla finale del Bernabeu contro gli azzurri dice: “In Messico l’Argentina era più forte, aveva Maradona. Quattro anni prima eravamo sullo stesso livello dell’Italia, ma arrivammo in finale debilitati dalla maratona contro la Francia di Platini. Se non fosse stato per la stanchezza e i pessimi rapporti con il ct Derwall avremmo vinto noi”.



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