“Un pomeriggio, pochi minuti dopo l’allenamento, Cruyff si avvicinò e mi chiese se me la sentivo di giocare per l’Olanda. Lo ringraziai, ma gli risposi che non avrei mai potuto tradire la Germania”. Horst Blankenburg, prossimo ai 70 anni, è sempre stato un uomo tutto d’un pezzo e il vessillo della coerenza. Avrebbe potuto diventare il battitore libero della grande Olanda del 1974, godeva della stima di Cruyff e del tecnico Rinus Michels, ma decise di non accettare la cittadinanza olandese, di rimanere fedele alla Germania, e di non giocare una sola partita in nazionale. Blankenburg all’epoca era probabilmente il miglior libero in circolazione, ma la nationalmannschaft aveva l’intoccabile Beckenbauer, che non gradiva concorrenze interne e che convinse l’allora ct Helmut Schön a non prendere in considerazione una candidatura del centrale in forza all’Ajax degli invincibili. Il finale della storia, limitato ai mondiali del 1974, lo conosciamo tutti: il “kaiser” trionfò proprio contro l’Arancia Meccanica nella finale all’Olympiastadion di Monaco, e Michels inventò libero Ruud Krol, che di professione era un ottimo terzino sinistro.

La storia, professionale e umana, di “Blanki” si è srotolata tra alti e bassi repentini, come se in un lunapark avesse preso posto sulla vettura di un ottovolante. Era partito in sordina, senza infamia e senza lode al Monaco 1860, ma Stephen Kovacs, l’allora tecnico dell’Ajax, capì che quel tedesco che giocava a testa alta e che sapeva uscire dall’area palla al piede senza spazzarla via, avrebbe potuto sostituire in maniera ottimale il serbo Velibor Vasovic messo alle corde da gravi problemi d’asma. E così avvenne: Blankenburg vinse tutto con l’Ajax, rientrando nel 1975 in Germania, nell’Amburgo, da stella acclamata. “Il grande rimpianto è quello di non aver mai giocato per la mia Germania. Prima fu Beckenbauer a mettersi di traverso e quattro anni dopo, in Argentina, mi preferirono Rolf Russmann dello Schalke. Io rimasi a bocca asciutta, ma non serbo rancore. Anche se ho la certezza di essere stato forse il più forte difensore centrale in quegli anni”. Nel tempo Blankenburg ha conosciuto l’anonimato a Neuchatel e una montagna di dollari a Chicago (a fianco di Gadocha e Van Hanegem), fino agli anni del viale del tramonto trascorsi a giocare per squadre delle banlieues del pallone teutonico.

Tutto sembrava predisposto per dare inizio a una dignitosa carriera da allenatore, ma il tradimento della moglie Roswita, che lo abbandonò con le figlie Sandra e Daniela da tirar sù, e debiti per 350mila marchi dell’epoca, provocò un radicale cambio di rotta nella sua esistenza. Per un certo periodo si trovò costretto anche a lavorare in un ristorante, fino a quando, in Spagna, incontrò il secondo (e forse vero) amore della vita, Marisa. Oggi Blankenburg vive in maniera decorosa e ogni tanto si trova con i vecchi compagni di squadra, dell’Amburgo, Willi Schulz, Uwe Seeler, Harry Bahre, Peter Nogly e Manfred Kaltz, per qualche partita tra veterani, o al “Bambi” in Hamburger Berg, per raccontare in compagnia di un’ottima birra i tempi che furono. Gli anni d’oro di un pallone che non torneranno più, assieme al suo sogno proibito di intonare, almeno per una volta, “uber alles in der Welt” con la mano sul cuore.



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