“Volete aiutarmi? Questo è il conto corrente di un mio amico, mandatemi dei soldi e Dio vi ringrazierà”. Non è uno scherzo, e neppure una truffa, e neanche una di quelle bizzarre catene di un santo qualsiasi. E’ l’appello disperato di uno che avrebbe potuto diventare re, senza scomodare Leon Gast, e che la malattia ha invece condotto sulla strada della miseria più nera. Nell’estate del 2002 Femi Opabunmi sembrava destinato a spaccare il mondo, a diventare la nuova divinità della religione da design chiamata pallone, monoteista come i credo più famosi. Opabunmi, professione attaccante, era stato convocato nella Nigeria in partenza per la kermesse iridata in Giappone e Corea del Sud. Di questo ragazzino saltava all’occhio del cronista una buona dose di talento e l’età che ne faceva (e ne fa ancora oggi) il terzo calciatore più giovane di tutti i tempi a giocare i mondiali dopo l’irlandese (del nord) Norman Whiteside e il camerunense Samuel Eto’o. Gli almanacchi ci ricordano che giocò 86 minuti contro l’Inghilterra (0 a 0), nello stadio Nagai di Osaka, a 17 anni e 101 giorni. Fine delle trasmissioni.

Dopo la kermesse il bambino prodigio venne rottamato senza tanti complimenti. In una disciplina che, per fortuna, privilegia ancora la meritocrazia, il talento di Femi si era misteriosamente prosciugato. Forse era stato abbandonato per distrazione, come una valigia, nell’albergo giapponese dove alloggiavano le Super Aquile. Da quel momento in avanti Femi ha provato in tutti i modi a dimostrare che la licenza d’uccidere in area di rigore non fosse scaduta. Purtroppo tra Grasshopper, Hapoel Be’er Sheva e Niort riuscì a gonfiare la rete in una sola occasione. “Arrivavo sempre un istante dopo sul pallone. Il ritardo, quasi impercettibile, mi metteva nelle condizioni di non controllare bene la palla e di non mandarla nello specchio della porta”.

Era diventato un brocco? Macché, Femi stava diventando cieco, colpito da una grave infermità alla retina che poco alla volta lo stava costringendo al buio assoluto. “Non avevo i soldi per sottopormi all’intervento – racconta – e così sono dovuto rientrare in Nigeria e con l’aiuto di alcuni ex compagni di nazionale come Eric Ejiofor e Justice Christopher ho potuto tentare l’operazione”. L’intervento è andato per il verso giusto, ma la fragilità della sua retina non gli ha più consentito di giocare più a pallone. Femi aveva esordito giovanissimo, e ad appena 21 anni fu costretto a mollare tutto. Oggi vive a Lagos, senza soldi, in una situazione di povertà che l’ha convinto a far pubblicare su un quotidiano nigeriano quel terribile annuncio. “Mi è rimasto Dio, la religione mi sta aiutando a superare i momenti più drammatici – racconta – mi dispiace solo pensare a tutti quelli che mi hanno voltato le spalle. Qualche settimana fa ho visto Vincent (Enyeama, ndr), era il mio portiere ai mondiali del 2002, ha fatto finta di non conoscermi. Quanta ingratitudine, ma sono sicuro che il Signore lo perdonerà”.



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