L’Italia è una terra indigesta, non solo per chi vive la crisi, ma anche per un calciatore del Marocco che non ha alcuna intenzione di venirci a giocare e che ha smesso di credere alla terra promessa di tanti immaginari collettivi. Lui è Khaled Askri, l’ex numero uno del Raja di Casablanca, la squadra che a sorpresa era riuscita a raggiungere la finale del Mondiale per Club del 2013, dopo aver messo sotto l’Atletico Mineiro di Ronaldinho, persa col Bayern. Le ottime prestazioni del 36enne guardiano originario di Fes sono valse a mettere in bacheca il premio di miglior interprete del ruolo alla kermesse iridata di Marrakech. Gloria e onori che si perdono però in una certa inquietudine di fronte all’ipotesi di un possibile ritorno in Italia. Ebbene sì, perché in Italia Askri c’è già stato, non da calciatore e neppure da turista, “però mi sono bastati due giorni per comprendere che siete razzisti e che per un atleta del Marocco sarebbe meglio guardare altrove”. Anche il cronista con il taccuino in mano rimane spiazzato di fronte alle affermazioni a ruota libera, e piuttosto circostanziate, del calciatore maghrebino. E quando si tenta di scoprire che cosa si nasconde dietro a parole dure come pietre, emerge qualcosa che non ha nulla di evocativo dei barconi della speranza o di attracchi fortunati dalle parti di Pantelleria.

Di mezzo c’è una vicenda di carte bollate (smarrite). La storia risale al 26 agosto 2012, all’aeroporto di Fiumicino, scalo obbligato da Casablanca per raggiungere l’Ungheria dove il Raja avrebbe dovuto disputare un torneo in vista dell’imminente inizio di campionato. “Al momento di mostrare i documenti alla dogana il funzionario di polizia ha iniziato a soppesare più volte la consistenza del mio passaporto e poi a sfogliarlo. Scuoteva la testa senza spiegarmi che cosa stesse accadendo”. In pochi istanti il funzionario chiama un suo superiore e Askri si trova dallo sportello al posto di polizia dentro l’aeroporto. “Mi hanno dato poche spiegazioni. Le uniche cose che davvero ho capito è che mi consideravano alla stregua di un clandestino che stava tentando di entrare in Italia illegalmente”. Askri, che parla arabo e francese, ha tentato di spiegare nella lingua transalpina che se ci fossero stati problemi avrebbero potuto parlare con i dirigenti del Raja presenti all’aeroporto per chiarire l’equivoco. “Nulla di questo è stato fatto. Alla comitiva hanno spiegato che per un problema di marche da bollo il mio passaporto non era valido e che sarei dovuto rientrare in Marocco. I miei compagni, non potendo perdere la coincidenza per Budapest, sono ripartiti. Io mi sono trovato per ben due giorni bloccato al posto di polizia in una situazione a dir poco imbarazzante. Non potevo parlare, facevano finta di non comprendere quello che dicevo. Hanno chiamato un funzionario dell’ambasciata dopo due giorni e finalmente ho potuto prendere, a mie spese, un volo e tornare a Casablanca”. Sembra quasi la trama di “The Terminal”, il film da omologazione claustrofobica di Steven Spielberg. Eppure Khaled Askri non è certo Tom Hanks e neppure ci assomiglia, ma questa vicenda l’ha segnato profondamente.

“Il calcio italiano è meraviglioso, i club sono da sogno, ma gli italiani mi hanno deluso. Continuerò di sicuro a tifare per i miei connazionali che giocano da voi come Benatia, ma credo che cercherò altre latitudini per coronare il mio sogno d’Europa”.



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