Alphonso Davies ha una certa predisposizione nel frantumare i record di precocità. Nel febbraio del 2016, con 15 anni e tre mesi, ha firmato il suo primi contratto da professionista (negli Edmonton Strikers), e novanta giorni dopo è diventato il più giovane marcatore della Usl, acronimo di United Soccer League, una sorta di Serie C del pallone americano. Non è tutto: a luglio si è anche segnalato come il più giovane realizzatore della Major League Soccer, la Serie A a stelle e strisce. Davies, classe 2000 per quei pochi che ancora non l’avessero capito, ci ha preso gusto nel bruciare le tappe. Nel giugno del 2017 ha ottenuto la cittadinanza canadese, trasformandosi così nel calciatore minorenne tra i minorenni a debuttare nella selezione con la foglia d’acero sul petto, e anche il più giovane marcatore nella storia della Copa de Oro (16 anni e 247 giorni), il torneo continentale riservato alle nazionali del nord e del centro America. Ci siamo dimenticati qualcosa di Davies? Ah, sì, un altro dettaglio tutt’altro che indifferente: è il primo giocatore nato nel 2000 a mettere a segno una rete in un torneo internazionale destinato alle nazionali.

La storia della sua giovane vita è a tratti impressionante. Qui però non stiamo più parlando di record, ma di miracoli per la sopravvivenza. Davies gioca per il Canada, veste la casacca dei Whitecaps di Vancouver, che in passato sono stati nobilitati dalla militanza di Bruce Grobbelaar, Peter Beardsley e Willie Johnston tra gli altri, ma arriva da una Liberia devastata dalla guerra civile. E’ suo padre Debeah a raccontarlo in un misto di sensazioni che partono dal dolore e sfociano nell’orgoglio per Alphonso: “In Liberia per sopravvivere devi sapere maneggiare un’arma. Possibilmente un coltello o un machete, e colpire per primo per non essere ferito mortalmente dal tuo nemico. Il cibo? Sono riuscito a non far morire di fame mia moglie, Alphonso e i suoi fratelli, ma per farlo ho dovuto vivere esperienze spaventose, fino a scavalcare cadaveri in strada, accatastati come immondizia, per procacciarmi del pane e un po’ di latte”. Il calvario dei Davies è proseguito nel campo profughi di Buduburam, 44 chilometri a ovest di Accra, la capitale del Ghana. “Ci sembrava di essere finiti in un contenitore con un lucchetto che bloccava ogni speranza. La vita da rifugiato non offre via d’uscita”. Una strada si è però materializzata all’orizzonte nel 2012, quando la famiglia Davies è stata accolta in Canada per usufruire di un programma di sostegno migranti allestito dal governo di Ottawa. Alphonso aveva poco più di 11 anni, e racconta lo shock emotivo dei primi giorni: “Ero terrorizzato dal clima. Non sapevo che cosa fosse il freddo. Ovviamente avevo sentito parlare della neve, ma a pelle è tutta un’altra cosa. Piangevo, non avevo amici e paradossalmente mi sembrava di sentirmi più a casa nel campo profughi di Buduburam che in Canada”.

Poi qualcosa è cambiato, Alphonso col pallone ci sapeva fare, anche se le sue partite erano quasi tutte condensate in un campetto di terra battuta del centro di immigrazione ghanese. L’ha notato uno scout dei Whitecaps, un tedesco trapiantato in Canada, Daniel Stenz, quasi per caso. Il resto è la storia appena raccontata, quella di un liberiano, con Weah nel cuore e come modello sportivo, che diventa centravanti della multietnica nazionale canadese. Ora con i 78mila dollari annuali di stipendio del primo contratto sottoscritto con i Withecaps ci vive decorosamente tutta la famiglia. “Non sarà oro, ma per noi è qualcosa fino a poco tempo fa di impensabile”, dice mamma Victorie. Alphonso però in Canada potrebbe essere solo di passaggio. Le sue gesta in Copa de Oro sono state irradiate dalle tv di tutto il mondo, e club come lo United, il Liverpool e il Chelsea hanno iniziato a prendere informazioni su un ragazzino che probabilmente non diventerà leggendario come Muhammad Ali, ma che di sicuro vola come una farfalla e punge come un’ape. Se non altro in area di rigore.



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