“Nei miei anni berlinesi ho vissuto a pochi passi da Breitscheid Platz, ed è stato un colpo allo stomaco apprendere dalla televisione quanto stava accadendo. Facile sostenere la tesi dell’iraniano che prende le distanze dalla jihad e dall’integralismo religioso per questioni di mero opportunismo, ma chi pensa questo non mi conosce affatto. La tragedia di Charlottenburg ci ha reso tutti più poveri”. Ali Daei, 47 anni, un tempo centravanti di quelli veri, si è scrollato di dosso nel giorno di Natale, che per lui Natale non è, la sconfitta del suo Naft Tehran per mano del Tractor Tabriz. La carneficina di Berlino ha lasciato invece un segno indelebile nel cuore di uno dei totem del calcio iraniano. Tra il 1999 e il 2002 ha giocato con la maglia dell’Hertha, vivendo emozioni e gol da Champions contro Chelsea e Milan, tanto per ricordare qualche vittima illustre.

Oggi, dopo Bayern, Hertha Berlino e i petrodollari dell’Al Shaabab, Daei, che per fortuna si è tagliato baffi che lo rendevano austero e persino un po’ anziano, allena nella Persian Gulf Pro League, alternando la panchina a iniziative umanitarie e alla gestione di un business nel settore della promozione sportiva. Daei è sempre stato un personaggio dispari e irrequieto. Sussulti caratteriali che in Iran gli hanno procurato qualche grattacapo, risolto sempre in nome di quell’aura da icona dello sport persiano che ha funzionato come parafulmine dagli strali che provenivano dall’establishment politico-religioso (a quelle latitudini una cosa sola) di Teheran.

E’ sinceramente amareggiato per la vicenda di Berlino, soprattutto perché nella sua vita ha combattuto a più riprese gli estremismi. Era in campo l’8 giugno del 2005 allo stadio Azadi, quando l’Iran si qualificò ai mondiali tedeschi battendo 1 a 0 (gol di Nosrati) il Bahrain. Tutto questo mentre sugli spalti la polizia religiosa arrestò alcune ragazze che si erano travestite da uomini per assistere alla gara vietata al gentil sesso. Daei prese le distanze da quel gesto carico di oscurantismo, diventando uno dei promotori di “Offside”, la pellicola diretta da Jafar Panahi (poi perseguitato da Ahmadinejad), che raccontò le tappe della surreale vicenda. C’era anche otto anni prima, a Lione, quando l’Iran vinse 2 a 1 la gara più attesa (per motivi politici) della Coppa del Mondo francese, contro gli Stati Uniti. Anche allora Daei si schierò a favore del dialogo e della condivisione, organizzando prima della gara allo Stade de Gerland una conferenza stampa a fianco dell’allora Segretario di Stato Usa Madeleine Albright, ancora oggi amica fidata e testimonial delle sue iniziative sociali. Questo è l’Ali Daei meno conosciuto, ma molto più vero dell’Ali Daei offerto in pasto agli internauti dai tanti, troppi, almanacchi didascalici, spogli di lirismo e di anima.



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