La municipalità di Rabat l’ha messo in agenda: nel 2017, revisionando la toponomastica delle vie cittadine, dedicherà una strada a José Mehdi Faria. E’ molto probabile che ai più giovani questo nome dirà ben poco, ma per chi, come il sottoscritto, ha qualche annetto in più sulle spalle, Faria apre cassettini della memoria e, soprattutto, rimette in gioco la storia di una delle squadre più applaudite e inattese della storia della Coppa del Mondo. Il Marocco a Mexico 86 fu tutto questo, e ancora di più. Alla vigilia del torneo iridato, la complicità di un sorteggio maligno innescò un abbraccio mortale con la Polonia di Boniek, l’Inghilterra di Lineker e Hoddle, e il Portogallo di Futre e Fernando Gomes. Gli atleti del Marocco, che pensavano di limitare i danni ed evitare figuracce in mondovisione, non conoscevano fino in fondo le loro potenzialità, Faria sì. Sapeva di avere tra le mani qualcosa in più di una semplice pattuglia di ragazzi volenterosi, molti di loro forgiati nelle squadre dell’esercito di Sua Altezza Hassan II. Faria, nato a Rio de Janeiro nel 1933, lavorava in Marocco dal 1981, e si era talmente innamorato della cultura e della società maghrebina da convertirsi all’Islam e cambiare il nome da José, il nostro Giuseppe, a Mehdi, ovvero “ben guidato da Dio”.
faria
Mehdi fu davvero ben guidato dalle forze che muovono una qualche spiritualità e costruì la nazionale intorno a quattro giocatori che avevano davvero una marcia in più: il portiere Badou Zaki, già all’epoca guardiano del Maiorca, amato a tal punto da essere ricordato negli anni a venire con una statua di fronte all’ingresso del vetusto Estadio Lluís Sitjar, il mediano Abdelmajid Dolmy, giocatore mai espulso in carriera, e per incredibili combinazioni ammesso tra i patrimoni dell’Unesco, il fantasista Aziz Bouderbala, che disputò il mondiale con il ginocchio sinistro rotto che a fine gara si gonfiava come una zucca, e l’attaccante Abderrazak Khairi, cecchino tra i più spietati in circolazione. Attorno a loro tanti soldatini obbedienti, disciplinati e pronti all’estremo sacrificio sportivo pur di brillare nel firmamento di una kermesse iridata. Il resto è storia di un Marocco che fermò sullo 0-0 Polonia e Inghilterra, per poi strapazzare 3 a 1 il Portogallo, e che negli ottavi di finale perse contro la Germania Ovest solo per un missile terra-aria scagliato da Matthaus a 2 minuti dalla fine.
Ovviamente re Hassan II, che accarezzava il sogno di un mondiale da organizzare in Marocco (ma che venne illuso, sedotto, e abbandonato dall’allora presidente Fifa Joao Havelange), accolse i suoi eroi di rientro dal Messico con tutti gli onori del caso e i media di ogni parte del globo individuarono in Faria l’artefice della meravigliosa parabola. Mehdi allenò il Marocco fino al 1988, poi alcune squadre del campionato locale. Si ritirò a vita privata nel 1997 a Rabat, concedendosi raramente per interviste. Retaggio di un carattere introverso, non certo per il desiderio di apparire una divinità pagana del pallone africano. Faria è morto l’8 ottobre del 2013 per un attacco cardiaco.
Oggi, Fathallah Oualaalou, sindaco di Rabat, ha deciso che è arrivato il momento di affidarlo alla sostanza del mito, dedicandogli una via della capitale marocchina. Anche per ricordare al viaggiatore folgorato sulla via di Rabat (più che di Damasco) che “c’era una volta un allenatore che…”. Per il resto affidatevi a qualche buona lettura. Vi si aprirà un mondo.


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