di Francesco Cavallini.

“Risorti dalle rovine” è il titolo di una poesia patriottica tedesca, che nel 1949 diventata il testo dell’inno nazionale della Germania Est. Ma a prenderla in parola, almeno in chiave calcistica, sono i “cugini” dell’Ovest; al loro primo mondiale (nel 1950 gli era stato impedito di partecipare, esattamente come alle Olimpiadi di Londra due anni prima) i tedeschi federali battono in finale, seppur con qualche accusa di doping, l’allora invincibile Ungheria in quel che sarebbe diventato famoso come “il miracolo di Berna”. E all’Est? Gli Ossie ai mondiali del ’54 non si iscrivono proprio, e anche nelle edizioni successive non riescono mai a superare le qualificazioni. Gli occidentali hanno evidentemente una marcia in più: già nel 1960 a contendere la Coppa dei Campioni al Real di Di Stefano è l’Eintracht Francoforte. Nel decennio che segue, la neonata Bundesliga regala al calcio europeo squadre destinate a diventare delle big storiche, come il Bayern e il Borussia Moenchengladbach.

Il problema della DDR è endemico. Se a Ovest la DFB si era particolarmente impegnata, con enorme successo, a far ripartire il sistema calcio dopo il secondo conflitto mondiale, dall’altro lato della cortina di ferro il fußball è considerato uno sport secondario. A dimostrarlo è la sgangherata FDV, la Federazione creata nel 1958, che è costretta a sottostare contemporaneamente ai voleri del Ministero dello Sport, referente costituzionale, e della Stasi, la polizia segreta, vera padrona del sistema statale della Germania Est. La Repubblica Democratica Tedesca non ha squadre di calcio, ma si basa sul sistema delle polisportive; in altri settori questo metodo darà ottimi (e contestati) frutti, ma quando si tratta di dare pedate a un pallone l’ingerenza politica non funziona granché. I club, anzi, le sezioni, nascono e muoiono nel giro di pochi mesi, i calciatori sono costretti a trasferimenti coatti e alla fine a vincere l’Oberliga sono spesso e volentieri le squadre “preferite” dei vari membri del Partito, appositamente costruite con i migliori giocatori a disposizione o addirittura spostate d’autorità da una città all’altra.

Tutto cambia nel 1965; il gruppo dirigente della DDR decide che lo sport, in fondo, è un ottimo veicolo propagandistico; nasce il comitato olimpico della Germania Est, che da Messico ’68 a Seoul ’88 farà incetta di medaglie, di record e di sospetti. Ma se in molti sport costruire atleti in laboratorio è garanzia di successo (malato), non si può dire lo stesso del calcio; per competere a livello internazionale è necessaria una completa riorganizzazione del sistema, con la creazione di squadre staccate dalle polisportive. Per una delle tante incomprensibili decisioni della FDV, non si può attendere oltre: la rivoluzione avviene durante la pausa invernale della stagione 1965-66. La storia che racconteremo comincia quindi ufficialmente il 21 dicembre 1965.

Nel corso dei secoli, dalle tranquille rive dell’Elba, la città di Magdeburgo ne ha viste accadere di cotte e di crude. Conserva le reliquie di Ottone I, primo Sacro Romano Imperatore, ha vegliato sul giovane Martin Lutero, che da studente di teologia si aggirava tra i vicoli intorno alla Cattedrale, e gli ha poi permesso di predicare la sua Riforma. Durante la Guerra dei Trent’Anni è stata distrutta dalle milizie cattoliche, destino che si è poi ripetuto nel 1945 per mano dell’aviazione britannica. Una retrocessione, dunque, può rappresentare per gli abitanti un piccolo dramma sportivo, ma non certo una catastrofe.

A neanche sei mesi di vita, infatti, il FC Magdeburg sperimenta subito l’onta della DDR-Liga; strano, perché la polisportiva “madre” della squadra biancoblu è l’ SC Aufbau, che nelle due stagioni precedenti si era aggiudicata la Coppa nazionale e che a inizio stagione rappresenta quindi la Germania Est nella Coppa delle Coppe. Il cambio di ragione sociale viene approvato dalla UEFA e quindi ad affrontare nei quarti di finale i campioni uscenti, il West Ham di Bobby Moore e Geoffrey Hurst, è proprio il Magdeburg. Il doppio confronto finisce due a uno a favore degli inglesi, la cui successiva sconfitta in semifinale non può certo rallegrare gli animi: a guadagnarsi il biglietto per Glasgow a spese dei londinesi è il Borussia Dortmund, che in finale doma il Liverpool e diventa così il primo club tedesco a vincere una coppa europea.

Ma sull’Elba si pensa ad altro: c’è un posto in Oberliga da riconquistare immediatamente. A prendere le redini dei biancoblu è Heinz Krügel, già ex allenatore della nazionale, con un passato da buon giocatore prima e dopo il secondo conflitto mondiale. In campo invece ci sono molti giovani di belle speranze acquistati da piccole squadre della zona; Jürgen Sparwasser e Wolfgang Seguin entrano nell’undici titolare e non ne usciranno più per i successivi quindici anni. Per una squadra di talento, la seconda divisione è una passeggiata di salute; quello che forse nessuno si aspetta è che il Magdeburg possa fare il grande salto tra le big della Germania Est. Gli anni tra il 1967 e il 1969 sono il preludio ai trionfi che verranno: la squadra di Krügel ottiene due terzi posti in Oberliga, conditi dalla terza coppa nazionale.

Altri calciatori si fanno largo dalle giovanili; Martin Hoffmann prende posto al centro dell’attacco e Jürgen Pommerenke va ad affiancarsi a “Spari” e Seguin in mediana. Le stagioni successive sono   però deludenti: nell’ Oberliga 1969-70  il Magdeburg non va oltre l’ottavo posto e la campagna europea si ferma al secondo turno di Coppa delle Coppe per mano dei modesti portoghesi dell’Academica. L’anno successivo i biancoblu risalgono la china, ma devono accontentarsi della quarta posizione. Krügel è comunque tranquillo; sa bene che si tratta semplicemente della calma prima della tempesta.

E infatti, a partire dalla stagione 1971-72, il ciclone Magdeburg si abbatte a piena forza sul sonnolento calcio della Germania Est; la squadra ha compiuto il necessario processo di maturazione, gli acerbi poco più che diciottenni della fine degli anni Sessanta sono cresciuti e possono esprimere tutto il loro potenziale. Il campionato è equilibrato, con il Carl Zeiss Jena che approfitta di una partenza fasulla del FCM; Spari e compagni ottengono solo due punti in tre partite, ma con il passare delle giornate recuperano lo svantaggio e si inseriscono nella lotta al vertice. Il perentorio 5-0 rifilato al Carl Zeiss Jena nello scontro diretto esclude i bianchi di Turingia dalla corsa al titolo e anche le due Dinamo, Berlino e Dresda, devono alzare bandiera bianca. L’austero trofeo assegnato ai campioni della DDR può fare per la prima volta visita alle spoglie dell’imperatore Ottone.

La difesa del titolo è però affare più difficile di quanto si potesse immaginare; c’è una contendente formidabile, quella Dinamo Dresda che sarà, assieme ai biancoblu, l’assoluta dominatrice degli anni settanta in Germania Est. Guidati da Klaus Sammer, padre del futuro Pallone d’Oro Mattias, i gialloneri dominano il campionato, mentre il Magdeburg, distratto dall’avventura in Coppa dei Campioni, si accomoda di nuovo al terzo posto, preceduto anche dal Carl Zeiss Jena. Anche l’Europa non sorride agli uomini di Krügel: dopo un agevole scontro con i finlandesi del TPS Turku, l’urna regala al club tedesco la prestigiosa ma difficilissima sfida con la Juventus di Vycpalek, Bettega e Anastasi. I bianconeri hanno la meglio con un doppio uno a zero: a Torino ci pensa proprio Pietruzzo da Catania, mentre in Germania Est tocca a Cuccureddu spegnere le velleità di rimonta degli Ossie. L’unica soddisfazione stagionale, anche se ormai è quasi una (piacevole) abitudine, il Magdeburg se la prende nella Coppa nazionale; il 3-2 alla Lokomotive Lipsia vale la quarta replica della FDGB-Pokal nella bacheca dell’Ernst-Grube-Stadion.

E arriviamo così al fatidico 1974. Negli occhi e nei cuori dei tifosi restano l’Olanda ed il Calcio Totale, ma negli annali la stagione 1973-74 sarà per sempre considerata l’anno d’oro del fußball tedesco. Il Bayern Monaco porta per la prima volta la Coppa dei Campioni nella Germania Federale e in estate la Mannschaft si aggiudica il mondiale di casa. Per uno strano scherzo del destino, quello in Germania Ovest sarà l’unico mondiale a cui la DDR si qualificherà. Il sorteggio, è storia nota, inserisce le due Germanie nello stesso girone; lo scontro diretto, seppure ininfluente per la già avvenuta qualificazione di entrambe le squadre, se lo aggiudicano gli Ossie, che schierano un nutrito gruppo di calciatori del Madgeburg tra cui il match-winner Sparwasser. Il girone successivo riserva alla Germania Est gli Orange di Cruijff, l’Argentina e il Brasile; la nazionale del martello e del compasso ottiene un misero punto contro l’Albiceleste, ma ai tifosi (e al regime) basta la vittoria contro i “cugini” per regalare ai calciatori un’accoglienza da eroi al ritorno in patria.

La rete della mezzala della DDR in quel 22 giugno resta, nonostante l’importanza “politica” della partita, una bella e romantica “storia” di calcio. Nella Storia, quella con la S maiuscola, raccontata dagli albi d’oro e dai trofei, i biancoblu ci sono però entrati di diritto più di un mese prima; l’otto maggio 1974, dopo aver sconfitto NAC Breda, Baník Ostrava, i bulgari del Beroe Stara Zagora e lo Sporting Lisbona, il Magdeburg gioca la prima finale europea di una squadra della Germania Est. Il cammino non è stato semplice e solo una rete in extremis di Hoffman contro il Banik Ostrava permette ai ragazzi di Krügel di acciuffare i supplementari e passare poi il turno. L’ostacolo che si trovano davanti, poi, è davvero proibitivo: a contendere la Coppa delle Coppe a Spari e compagni ci sono i campioni uscenti del Milan, guidati da Giovanni Trapattoni.

La partita si gioca in un ambiente a dir poco surreale, dato che il De Kuip di Rotterdam è semivuoto; i tifosi tedeschi non possono certo entrare liberamente in un paese NATO, quelli rossoneri sono delusi dalla stagione della propria squadra e non sono particolarmente ansiosi di conquistare per la terza volta la Coppa Coppe. Verso la fine di un noioso primo tempo di studio, il match si incanala grazie a un episodio: ripartenza del Magdeburg con Hoffman, che crossa rasoterra per Sparwasser. Enrico Lanzi, nel tentativo di anticipare l’avversario, devia goffamente in scivolata alle spalle di Pizzaballa. Nella ripresa, nonostante qualche timido tentativo milanista, i tedeschi legittimano il vantaggio e sprecano anche buone occasioni per raddoppiare; al minuto 74 la difesa rossonera si dimentica Seguin in area di rigore su un cross dalla trequarti e per il centrocampista è un gioco da ragazzi segnare il due a zero. A questo punto il Milan si risveglia, ma ai biancoblu basta giocare in dieci dietro la linea della palla per non correre troppi pericoli e per permettere a capitan Zapf di alzare il trofeo. Che poi è il secondo della stagione, dato che al momento della finale di Rotterdam l’armata di Krügel ha già messo in cascina la seconda Oberliga della sua storia per un irripetibile Double.

Infatti nessuna squadra della Germania Est riuscirà mai a eguagliare il Madgeburg, almeno in campo europeo; il Carl Zeiss Jena e la Lokomotive Lipsia ne avranno la possibilità, sempre nella Coppa Coppe, nelle stagioni 1980-81 e 1986-87, ma dovranno arrendersi rispettivamente alla Dinamo Tiblisi e all’Ajax. I biancoblu, dal canto loro, avrebbero anche la possibilità di mettere in bacheca la Supercoppa Europea, ma il match non si disputerà mai. Ufficialmente Magdeburg e Bayern Monaco non si incontrano perché non riescono a trovare l’accordo sulla data in cui giocare la partita (fino a quell’anno la Supercoppa non è ufficialmente inserita nel calendario UEFA), ma appare ovvio a chiunque che dietro ci sono motivazioni politiche. Il destino, però, sa prendersi sempre la rivincita; il sorteggio del primo turno della Coppa dei Campioni 1974-75 accoppia proprio le due tedesche. I bavaresi vincono sia all’andata e ritorno e cominciano il cammino che li porterà al secondo trionfo europeo consecutivo; gli Ossie dovranno “accontentarsi” di un’altra Oberliga.

E’ il canto del cigno per Krügel e i suoi; l’allenatore viene esonerato per attriti con alcuni influenti membri del Partito e la squadra, nonostante buoni piazzamenti in campionato e altre tre vittorie nella Coppa nazionale, non raggiungerà più i fasti del decennio 1966-76. Nonostante ciò, il club continua la sua buona tradizione europea, partecipando più volte anche alla Coppa UEFA e confermandosi come una delle avversarie storiche delle italiane nelle competizioni continentali. Alcuni dei ragazzi di Krügel si tolgono anche la soddisfazione di vincere un oro olimpico, battendo la Polonia a Montreal ’76.

Passano gli anni e nel 1989 il crollo del comunismo sconquassa il mondo, le due Germanie e di conseguenza il calcio tedesco. L’Oberliga 1989-90, quella dell’anno della riunificazione, vede il Magdeburg in corsa per il titolo, ma i biancoblu alzano bandiera bianca all’ultima giornata nello scontro diretto contro il Karl-Marx-Stadt e terminano terzi. La stagione successiva serve per inserire le squadre della ormai ex-Germania Est nei campionati dell’Ovest; a seconda del piazzamento, i club guadagnano la possibilità di iscriversi alla Bundesliga, alla Zweite Bundesliga o di rimanere nelle serie minori. Basterebbe quindi un campionato all’altezza della storia del FCM per garantirsi almeno la serie B; una serie di errori societari e tecnici rovinano però la stagione del Magdeburg. Il biglietto per la Bundesliga lo staccano l’Hansa Rostock e la Dinamo Dresda; il decimo posto dei biancoblu non basta neanche per l’iscrizione diretta alla Zweite. L’ultima posizione in uno dei due gironi che assegnano i due posti nella seconda serie è la fine di un’epoca. Il glorioso 1 FC Magdeburg sprofonda in terza divisione dove, nonostante alcune retrocessioni nei campionati regionali, si trova ancora oggi.

L’inserimento delle squadre della Germania Est nel campionato unificato non è comunque mai stato effettivo. Le uniche compagini della ex DDR, oltre alle già citate Dinamo Dresda e Hansa Rostock, che sono riuscite a salire in Bundesliga sono state il Lokomotive Lipsia negli anni Novanta e l’Energie Cottbus, che ha disputato nove stagioni tra le grandi di Germania. Il campionato 2008-09, terminato con la retrocessione dei brandeburghesi, è l’ultimo in cui un club dell’Est ha potuto competere per vincere il Meisterschale. Ci sarebbe l’RB Lipsia, ma la squadra sassone è di recentissima fondazione e non rappresenta continuità con nessuna delle società storiche del calcio della Germania Orientale. Un paio di team che partecipavano all’Oberliga sono quest’anno iscritti alla Zweite Bundesliga; le altre nobili decadute, tra cui la gloriosa ex Karl-Marx-Stadt (ora Chemnitzer FC) sono sparse tra 3. Liga e i gironi regionali. Le squadre della ex DDR non sono state in grado di reggere il passo, economicamente e tecnicamente, dei cugini dell’Ovest. Uno degli obiettivi principali delle riforme della Federazione Tedesca degli ultimi anni è stato lo sviluppo calcistico dell’Est; finora i risultati, almeno da questo punto di vista, sembrano latitare.

Eppure quando a Magdeburgo arriveranno il Chemnitzer o l’Hansa Rostock alla ricerca di punti per una salvezza tranquilla, più di qualcuno verserà una lacrima ricordando i tempi che furono. L’Ostalgie è un fenomeno sociale ed il calcio non ne può certo rimanere immune. E mentre sul tabellone scorreranno risultati e classifica della 3. Liga, la memoria dei meno giovani correrà a quei big match di Oberliga in cui campioni come Sparwasser, Vogel o Frenzel si contendevano fama e trofei. L’importante è che le nuove generazioni di tifosi Ossie non si fossilizzino sul glorioso passato delle loro squadre e che siano parte integrante di un movimento di ricostruzione del sistema calcistico nei territori della ex DDR. Perché, in fondo, quando ci sono solo macerie, non resta altro che ricostruire.  “Risorti dalle rovine e rivolti al futuro”; proprio come si cantava, mano sul cuore, fino a non molto tempo fa…



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