“Rodolfo Manzo duerme sus 8 horas, y duerme tranquilo. Manzo no se vendió”. E’ una frase che ripete come un mantra, forse perché davvero convinto di quello che sta dicendo, oppure perché ormai, a distanza di anni, il ripetere ossessivamente una bugia ha il potere di metabolizzarla in una verità. Sta di fatto che Rodolfo Manzo parla in terza persona, come Giulio Cesare e Maradona. Contro “El Pibe” ci ha pure giocato, raccogliendo una figura indegna, in una delle appena tre partite disputate in Argentina con la maglia del Velez, prima di essere rispedito al mittente per manifesta incapacità.
E’ arrivato il momento di riavvolgere il nastro e di riordinare gli appunti. “Rodolfo Manzo duerme sus 8 horas…, eccetera eccetera”, fa parte di un tentativo di intervista per scrutare nell’animo di Rodolfo Manzo, oggi 67enne, ai mondiali d’Argentina del 1978 gendarme della difesa peruviana nella sfida di Rosario contro i padroni di casa. E’ la gara della “Marmelada Peruana”, quella che consentì all’Argentina di raggiungere la finale contro l’Olanda per miglior differenza reti sul Brasile. Una vendemmia di gol propiziata da un Perù fin troppo arrendevole. Per anni le colpe hanno curvato le spalle dell’ex pugile Ramón Quiroga, portiere di origini argentine. Ma riguardando la partita “el arquero” evitò persino guai peggiori, neutralizzando alcune delle 15 nitide palle-gol costruite dalla Seleccion di Menotti.
Rodolfo Manzo purtroppo no, non fu una sentinella attenta, ma l’attore protagonista (da Oscar?) degli errori che consentirono a Tarantini, Kempes (2), Luque (2) e Houseman di violare per sei volte la rete peruviana. Prima di quella partita il difensore centrale originario di San Vicente de Cañete, era un buon comprimario del campionato peruviano con la casacca del Deportivo Municipal di Lima. Nessun indizio avrebbe mai consentito al pur abile investigatore di svelare l’incipiente ingaggio milionario con gli argentini del Vélez Sarsfield. Lo stesso Manzo scoprì la sua nuova destinazione professionale due ore prima di affrontare l’Argentina, negli spogliatoi dello stadio “Gigante de Arroyito”. Quello fu davvero un pomeriggio piuttosto movimentato, altro che la querelle (di fatto smentita dal tempo) tra Moggi e Paparesta. Il sancta-sanctorum della squadra di Marcos Medrano venne violato dai dirigenti del Velez, che a quanto pare fecero a Manzo un’offerta da non poter rifiutare, dal dittatore argentino Videla, accompagnato dall’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger, e persino dal ministro degli esteri peruviano José de la Puente Radbill, che abbracciando il capitano Hector Chumpitaz gli sussurrò all’orecchio: “Il nostro presidente Francisco Bermudez mi dice di baciarti. Sarai il suo calciatore preferito comunque vada a finire la partita”. Ciliegina sulla torta, tre giorni dopo l’accaduto, il governo argentino inviò in Perù una fornitura gratis di 240mila tonnellate di carne di manzo (ironia della sorte…), con i saluti della casa.
Perché oggi? Perché Manzo? Parto dall’ultima domanda. Manzo è l’unico a non essersi mai sbottonato sui fatti che accaddero il 21 giugno del 1978, e questo aspetto rende il personaggio per certi versi ancora più misterioso e quindi affascinante. Oggi perché 40 anni fa i militari presero il potere in Argentina, alimentando una delle violazioni dei diritti umani più gravi e aberranti della storia.


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