di Francesco Cavallini.

Anno di grazia 1953. Il mondo deve ancora riprendersi dalle ferite della Seconda Guerra Mondiale ed è preda di una forte incertezza. Cambiano i leader, si formano due blocchi contrapposti ed il terrore di un conflitto nucleare attanaglia il pianeta. Eppure, anche in questo clima imprevedibile, di tre cose si può essere ragionevolmente sicuri: la morte, le tasse e la prosopopea calcistica degli inglesi. I Maestri continuano a considerarsi tali, nonostante le recenti esperienze internazionali dovrebbero far riflettere la Football Association e tutti i tifosi della nazionale dei Tre Leoni. Tre anni prima, dopo decenni di dorato isolazionismo, l’Inghilterra aveva infatti deciso di prendere parte al Campionato Mondiale di calcio in Brasile. Il sorteggio era sembrato benevolo, un esordio agevole contro il Cile e poi il derby contro i “cugini” statunitensi, da sempre più a loro agio in altri sport. Ma in questi casi, si sa, la figuraccia è sempre dietro l’angolo e la squadra a stelle e strisce aveva ottenuto una storica vittoria per 1-0, talmente incredibile da ricevere il soprannome di “miracolo di Belo Horizonte“.

Qualsiasi altra federazione avrebbe preso una sconfitta così clamorosa come un campanello d’allarme sullo stato attuale del proprio calcio; ma non parliamo di una nazionale normale. La reazione della Football Association e di tutto il movimento del football inglese è la solita: invece di fare un bagno d’umiltà, da Lancaster Gate e da ogni pub arrivano tutte le giustificazioni possibili per la debacle sudamericana. Il viaggio in nave, il freddo imprevisto (neanche le nozioni di geografia di base!), i palloni pesanti, il campo troppo secco, l’arbitro (poteva mancare?), l’olio di palma, le scie chimiche e pure i rettiliani. Colpa di chiunque, dunque, ma non nostra; questa è la linea degli inglesi. E a coronare la teoria che i Maestri restano comunque loro, c’è ovviamente la statistica suprema: in casa, l’Inghilterra è imbattuta. Se si escludono i match contro le altre squadre britanniche e la sconfitta contro l’Irlanda del 1949, che ha però subito una damnatio memoriae degna di un sovrano spodestato e non viene mai menzionata.

In effetti è, più o meno, così; mentre la nazionale di Sua Maestà rifiuta sdegnata di rientrare nella FIFA (abbandonata nel 1925) e di prendere parte ai Mondiali, si affermano nuove realtà e nuovi stili di calcio. Ma per ogni grande nazionale arriva il momento di mettere piede in terra d’Albione e a Wembley e dintorni nessuno riesce ad imporre la resa ai Tre Leoni. Il Wunderteam di Sindelaar? Battuto per 4-3 nonostante una prestazione maiuscola dell’uomo di carta velina. L’Italia di Pozzo campione del mondo 1934? Messa al proprio posto in 12 minuti a Highbury; persino il grande Meazza si deve accontentare di una doppietta inutile. Cecoslovacchia? Germania? Tutte sconfitte, più o meno nettamente. Il concetto è chiaro: in condizioni ottimali, l’Inghilterra non si batte. Quando questo accade, c’è sempre un motivo.

E se il dogma è questo, il Credo non può essere che il Sistema; nonostante il calcio sia uno sport in continua evoluzione, i cosiddetti Maestri restano saldamente ancorati al buon vecchio WM teorizzato da Herbert Chapman a metà degli anni Venti. La rassicurante presenza del centre-back, le due ali lanciate come cani da riporto verso la linea di fondo e il mastodontico centravanti sono elementi imprescindibili della scuola inglese. Tutto il resto è una pericolosa eresia. Neanche la doccia fredda del Mondiale 1950 convince i piani alti di Lancaster Gate a cambiare registro. Walter Winterbottom può serenamente continuare il suo lavoro di CT, a patto che sia chiaro un semplice concetto: la formazione la fa la Football Association. E sul modulo, ovviamente, non c’è neanche da discutere.

Una discussione al riguardo è invece in atto sin dai primi anni Trenta un po’ in tutta Europa. Il WM è innegabilmente funzionale, soprattutto in fase difensiva, e garantisce un equilibrio che l’ormai obsoleta piramide non poteva fornire. Il problema del Sistema inglese è però la completa focalizzazione della fase offensiva sul numero 9; il centre-forward è, nell’idea di Chapman, lo sbocco naturale di ogni azione. Le mezzali sono in campo per passare la palla alle ali, che devono conquistare la linea di fondo e scodellare al centro, dove il centravanti dovrà imporsi sul centre-back avversario e scagliare la palla in rete. Tutto molto semplice, lineare e per certi versi efficace, ma troppo basato sulle doti fisiche del terminale offensivo della squadra. Il finalizzatore deve invariabilmente essere alto e robusto, ma non necessariamente dotato di una tecnica perlomeno decente. Gli inglesi amano definirlo “the brainless bull at the gate“, l’ariete da lanciare a ripetizione verso la fortezza avversaria; noi lo conosciamo meglio come “centravanti vecchio stile”.

E se qualcuno questo ariete a disposizione non ce l’ha proprio? E’ il caso dell’Ungheria. Siamo alla fine degli anni Quaranta; le Terre della Corona di Santo Stefano non sono mai state tra i più grandi produttori mondiali di uomini (e calciatori) dal fisico imponente, ma la guerra si è portata via molti di quei pochi che c’erano. Gli ultimi rimasti, probabilmente, fanno i difensori. Marton Bukovi, allenatore dell’MTK Budapest, decide quindi di fare necessità virtù; se i centravanti ungheresi non sono adatti per il Sistema, sarà il Sistema ad adattarsi a loro. Il ragionamento è semplice: se una punta non troppo fisica soffre un marcatore che lo sovrasta, farà meglio ad arretrare il proprio raggio di azione di almeno una decina di metri, per sviluppare il suo gioco lontano dalla pressione del difensore. Per non diminuire il peso offensivo della squadra, le due mezzali avanzano fino ad essere in linea con le ali. Le modifiche toccano anche la fase difensiva; uno dei due centromediani inizia a giocare più vicino alla sua area di rigore. Il risultato è un pionieristico 4-2-4, che da molti viene rinominato MM; qualsiasi nomenclatura si preferisca, il modulo fa le fortune dell’MTK.

La Federazione ungherese apprezza le innovative idee di Bukovi e affida la selezione nazionale a Gusztáv Sebes, che replica la tattica dell’MTK e può attingere a piene mani da una generazione irripetibile di campioni. Ferenc Puskás, Zoltán Czibor, Sándor Kocsis, József Bozsik sono i pilastri dell’Aranycsapat, che nella a tratti incomprensibile lingua magiara significa “la squadra d’oro”; soprannome più che appropriato, dato che i rossi di Sebes conquistano la medaglia più preziosa alle olimpiadi di Helsinki del 1952, durante una striscia di imbattibilità durata 22 partite. A questa lista però manca un nome, quello del centravanti della squadra; all’epoca pochi conoscono Nándor Hidegkuti. Ma la situazione è presto destinata a cambiare radicalmente.

Prendendo chiaramente spunto dai vertici politici del Paese, incapaci di arrendersi alla fine del colonialismo e della gloria dell’Impero Britannico, la Football Association decide di invitare l’Ungheria a Wembley. L’obiettivo è evidente: battere i magiari significherebbe rinnovare l’aura di invincibile superiorità dell’Inghilterra, scalfita dal disastro brasiliano. La stampa si scatena, pompando l’evento fino all’inverosimile. Il match del 25 novembre 1953 diventa così per tutti “La partita del Secolo”: gli inventori del football lanciano la sfida ai nuovi signori del calcio europeo. I vertici della Federazione ungherese sono più che felici di accettare; lo sport è un ottimo veicolo di propaganda e le imprese dell’Aranycsapat stanno già facendo il giro del mondo. I già ossessivi allenamenti di Sebes aumentano ulteriormente di intensità. Davanti alla Storia del calcio, non sono concessi errori di preparazione.

L’Inghilterra accoglie i magiari al Wembley Imperial Stadium forte del sostegno di più di centomila tifosi e con una formazione da far tremare i polsi, rigorosamente schierata nel più classico dei WM. In porta c’è Gil Merrick, davanti a lui si stagliano, tra gli altri, Alf Ramsey, futuro allenatore dei Campioni del Mondo del 1966 e Billy Wright, capitano e leggenda dei Wolves. Nei cinque davanti ci sono Stan Mortensen, reduce dalla prima ed unica tripletta della storia in una finale di FA Cup, ma soprattutto Stanley Matthews, l’idolo indiscusso della folla e, probabilmente, il calciatore più conosciuto e celebrato dell’epoca. Gli inglesi affrontano il prematch con la consueta supponenza, ignari di ciò che li aspetta. Capitan Wright racconta nella sua autobiografia che, alla vista dei pantaloni fuori taglia e dei leggerissimi scarpini degli ungheresi, aveva rassicurato i compagni: impossibile perdere contro una squadra che non ha neanche un vero e proprio completo da gara. Il capitano inglese ha perlomeno il coraggio e l’onestà di ricordare l’episodio. Non si saprà mai invece chi, notando la non perfetta forma fisica di Puskás, avrebbe rivolto a un compagno una frase a suo modo profetica: “Guarda quel cicciottello… Oggi li massacriamo”.

E massacro, in effetti, è. Il risultato finale, un rotondo 3-6, non rende giustizia al dominio assoluto dei ragazzi di Sebes. La prima rete ungherese dopo neanche sessanta secondi dimostra subito l’incapacità della nazionale dei Tre Leoni di adattarsi al gioco magiaro: Hidegkuti viene lasciato libero di tirare e trafigge Merrick. E’ solo l’inizio di uno psicodramma collettivo per calciatori e tifosi inglesi. E a sparigliare le carte è proprio quello strano numero nove. Harry Johnston racconterà qualche anno più tardi il suo personale inferno, novanta minuti passati a decidere se marcare Hidegkuti (lasciando così spazi aperti per gli inserimenti di Puskás e Kocsis) o se permettergli di giocare liberamente. Ognuna delle scelte del centre-back dell’Inghilterra si rivela quella sbagliata; il centravanti-non-centravanti va a bersaglio tre volte, mentre il “cicciotello” timbra due volte il cartellino. La terza rete dei magiari ha un qualcosa di magico: Puskás viene contrastato in area da Wright, ma se ne libera portando il pallone dietro con la suola, facendo fare al capitano degli inglesi una figura barbina prima di battere a rete.

La fluidità del gioco e delle posizioni degli ungheresi manda in completa confusione gli avversari, ma anche i tifosi. Ad un certo punto lo speaker dello stadio è costretto a spiegare al pubblico che, sebbene Hidegkuti indossi la maglia numero nove, i veri attaccanti sono Puskás e Kocsis, che invece sulle spalle hanno rispettivamente il dieci e l’otto. Forse dovrebbe spiegarlo anche ai difensori di casa, che continuano a rimanere imbambolati a cercare di capire se e chi marcare, mandati totalmente al manicomio dalle incongruenze tra numero di maglia e posizione in campo degli avversari. Si va al riposo sul 2-4 e dopo neanche dieci minuti gli uomini di Sebes hanno già segnato altre due volte. Il 2-6 lo realizza Hidegkuti con un tiro al volo dopo una sequenza infinita di passaggi. L’Inghilterra alza bandiera bianca. Un rigore di Ramsey rende il passivo meno pesante; l’Ungheria ci mette del suo e non infierisce ulteriormente. La splendida anarchia organizzata ha distrutto il Sistema.

Le ferite che l’Aranycsapat infligge al movimento calcistico inglese sono profonde; questa volta l’umiliazione è troppo forte e non può essere ignorata, nemmeno dalla Football Association. Sei degli undici calciatori scesi in campo a Wembley non indosseranno mai più la maglia della nazionale. Il dominio fisico e tattico degli avversari scuote le coscienze degli addetti ai lavori; i Maestri, questo è chiaro, non sono più tali. Gli ungheresi offrono un rematch a Budapest, che termina 7-1 e rappresenta tuttora la peggior sconfitta dell’Inghilterra in campo internazionale. E’ la fine di un’epoca. All’improvviso appare evidente quello che alcuni sostenevano già da qualche anno: il Sistema è un sistema tattico arretrato e che mal si adatta alle novità proposte da altre parti del mondo. Scatta quindi la corsa all’imitazione. E siccome nell’immaginario collettivo ad aver distrutto il WM è stata la mossa di schierare Hidegkuti una decina di metri più indietro, in Inghilterra è improvvisamente tutto un fiorire di deep-lying forward. Anche nel nostro paese giunge la leggenda dei Magiari d’Oro, tanto che la tipologia di giocatore rappresentata dal numero nove ungherese verrà battezzata appunto “centravanti alla Hidegkuti”.

Il doppio confronto tra Ungheria e Inghilterra rappresenta rispettivamente lo zenit e il nadir della storia delle due nazionali. La squadra dell’Est è destinata per sempre a rimanere una delle grandi incompiute del calcio mondiale. Al Campionato del Mondo 1954 parte da super favorita e rifila vagonate di reti agli avversari, ma è costretta ad arrendersi in una finale parecchio controversa alla Germania Ovest, che tra l’altro aveva già sonoramente sconfitto per 8-3 nel girone iniziale. L’invasione sovietica del 1956 e la successiva diaspora dei suoi talenti segnano l’inizio della fine della gloriosa tradizione calcistica ungherese.

Gli inglesi invece iniziano un percorso di rinnovamento tattico che porterà nel 1963 all’addio di Winterbottom e all’arrivo sulla panchina di Alf Ramsey, che si impone sulla Federazione in quanto a scelte tattiche e di formazione. Proprio partendo dall’incubo di Wembley, il commissario tecnico sviluppa una variazione del 4-2-4 ungherese, nelle quali le ali vengono portate indietro all’altezza dei due centrocampisti e invitate a giocare più in mezzo al campo piuttosto che quasi sulla linea laterale. E’ il classico 4-4-2 inglese, con un regista più offensivo e un mediano a fare legna nella zona nevralgica del campo; i commentatori lo chiamano “wingless wonder“. Il fattore di meraviglia, probabilmente, è dato dal vedere finalmente una squadra che non si basa solamente sui cross dal fondo per essere pericolosa.

Proprio grazie alle idee di Sir Alf, nel 1966 l’Inghilterra vince il Mondiale di casa, cementando il 4-4-2 come il classico sistema di gioco delle squadre della terra d’Albione. Ma se i club hanno portato in alto la croce di San Giorgio nell’arco di più di tre decenni di competizioni europee, la nazionale dei Tre Leoni ha vissuto un’altra involuzione tattica, che ha portato ai famosi trenta (e più) anni di delusioni citati dall’inno di Euro 96. C’è voluto circa mezzo secolo per vedere l’Inghilterra giocare una competizione internazionale con uno schema diverso dal 4-4-2, ma di certo la deludente eliminazione di Euro 2016 per mano dell’Islanda sarà stata accompagnata dai rimpianti per non aver schierato gli undici calciatori nel buon vecchio e familiare sistema di gioco. Perché in fondo, dal 1953 non è cambiato molto e le piccole grandi certezze della vita restano sempre quelle: la morte, le tasse e l’anacronistico modulo dell’Inghilterra.



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